Gioco
Il titolare della Cantina Senese in tenda davanti alla Regione: «Per i ristoratori servono aiuti, non parole»
La prostesta di Fabio Sanna che dopo essere andato a piedi a Roma è stato ricevuto dal presidente Giani a Firenze: «Indennizzi proporzionati alle perdite»
LIVORNO. «Ma ve l’immaginate andare al ristorante con la paura del Covid? Prima ancora che mangiare un boccone, lo scopo è il gusto di stare insieme: l’esatto contrario di quel che è opportuno con questo maledetto virus tutt’altro che sconfitto. Che autogol lottare per aprire i nostri locali: al contrario, meglio restare chiusi e battersi per ottenere gli aiuti». Fabio Sanna è il titolare della Cantina Senese, nel locale lavorano lui, la sua famiglia e undici dipendenti. È uno dei punti di riferimento della protesta di una categoria presa in pieno dall’uragano dell’emergenza coronavirus: prima con la marcia di protesta, 300 chilometri a piedi lungo la via Francigena, per portare da Borgo Cappuccini a Roma la voce di chi rischia di non farcela; adesso, con la tenda piantata nella piazza del duomo a Firenze sotto gli uffici della Regione Toscana minacciando a suon di dirette Facebook di rimanere lì finché il governatore non li avesse ricevuti.
La “tenda” è quella degli “inessenziali”: gergo burosauro per definire chi lavora in categorie giudicate non fondamentali. La protesta è quella di Ristoratori Toscana dei quali Sanna è il coordinatore livornese: una sorta di autoconvocati dal basso. Con la loro “tenda” rivendicano di aver «bruciato sul tempo» le loro associazioni di categoria, che invece si battono per la riapertura: «Avrebbero voluto sfilarci la nostra mobilitazione con un loro comunicato sulle nostre battaglie e noi abbiamo preceduto il loro colloquio con i vertici della Regione». Alla fine la “tenda l’ha spuntata: il presidente Eugenio Giani e l’assessore Leonardo Marras hanno accettato di incontrarli.
«Figuriamoci se sono filo-assistenzialista io, mai chiesto niente: lavorare tanto, per fortuna. Ma ora – aggiunge Sanna – non ha senso aprire: men che meno puntare a una riapertura il 20 quando ormai il mese di dicembre è compromesso». A maggior ragione con il rischio di chiudere di nuovo il 21 per lo stop relativo al Natale: si finirebbe per dover rifornire la “dispensa” inutilmente.
Sanna parte da qui per mettere in fila le ragioni della galassia di piccoli e grandi operatori: i “paletti” per restare la saracinesca alzata sono tali e tanti da rendere anti-economico aprire. «Le drastiche limitazioni al numero dei commensali all’ora di pranzo e la sera la possibilità di fare solo delivery servono a dire che possiamo restare aperti, così lo Stato si chiama fuori dall’esigenza di darci un sostegno: ma gli incassi sono minimi, non bastano neanche a ripagare i costi fissi».
Giura che non sta parlando in astratto, lo ripete guardando l’organizzazione del suo locale: «Lavoravamo in quattro in cucina più tre camerieri per turno. E ora? Basta una persona in cucina e mia madre più una in sala per il delivery. Del resto, con questi numeri di delivery e di asporto, come potrebbe essere diversamente? E gli altri?». Non è tutto: «I costi fissi corrono ugualmente: l’affitto in primis ma non c’è solo quello, la mia ultima bolletta dell’acqua è di 3.600 euro».
Ma non vi aveva coperto di aiuti il governo? Ecco se a un ristoratore volete far saltare la mosca al naso questo è il modo giusto. Sanna mette giù un tris di ragioni. L’una: sono arrivati i soldi parametrati sui fatturati di aprile, però è un riferimento sbagliato perché è un mese in cui molti locali non lavorano, magari per fare le manutenzioni stagionali («noi avevamo proposto di guardare a tutto il fatturato 2019 dividendolo per 12»). L’altra: l’indennizzo riguarda un mese ma in realtà lo stop è di due perché va da metà marzo a metà maggio («io i clienti li ho rivisti davvero solo dopo quasi tre mesi»). La terza: «Sono comunque di cifre insufficienti», dice il titolare del ristorante di Borgo.
Adesso il bis per un importo doppio se in zona rossa, ma – rincara – portandosi dietro gli errori della prima volta. Anzi, qualcuno di più; si pensi a quel che è accaduto con gli altri due canali di finanziamento a fondo perduto. Da un lato, – dice Sanna – c’è quello che riguarda la filiera corta: rimborsa l’importo fino a 10mila euro se si compra da produttori italiani «ed è una strategia positiva che produce il cibo e chi lo mette in tavola, anche se l’iter burocratico poteva esser un po’ meno ingarbugliato». Dall’altro, c’è il canale per i centri storici: «Livorno non era inserita dall’équipe del ministro Dario Franceschini e tutti abbiamo pensato che fosse perché questo fondo era solo per le città d’arte, poi abbiamo scoperto per caso che c’era dentro anche La Spezia e allora ci è parso incredibile che Livorno fosse fuori e nessuno se ne preoccupasse. Abbiamo chiesto a Giani e Marras di prendere di petto la questione».
Per chiedere cosa? Uno: indennizzi «proporzionali alle perdite». Due: regole nuove per rinegoziare gli affitti sulel base di perdite e/o chiusure, comunque cancellando gli sfratti per inadempienza. Tre: esenzione per due anni di tutti i tributi locali e regionali (Tari, Imu, Tosap, ecc.). Quattro: sulle bollette delle utenze via a accordi per rateizzarle (e calmierare i prezzi). Cinque: fino a fine emergenza la proroga delle concessioni scadute.
Risultato: soldi ora la Regione non ne ha. Ma – spiega Pasquale Naccari, numero uno di Ristoratori Toscana – Giani ci ha detto che «è allo studio un piano per prevedere, da febbraio, contributi a fondo perduto; vigileremo su questa promessa. Certo, quel che serve in realtà sono aiuti immediati ma avere la Regione dalla nostra parte ci permette di andare avanti con più forza». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
