Gioco
A caccia di soldi per salvare il monumento lungo 18 km
È l’acquedotto del granduca: un patrimonio da valorizzare Ha 200 anni, fino a Colognole infilandosi in mezzo al bosco
/ livorno
Verrà il giorno in cui il Covid sarà un brutto ricordo e, ricominciando il mondo a muoversi, ci si ricorderà di quel che raccontava Graziella Rossini, esponente del Wwf, segnalando al taccuino del cronista di esser stata contattata dall’Olanda per andare alla scoperta di quest’angolo di Toscana sulle tracce dell’acquedotto ottocentesco immaginato dai granduchi lorenesi e costruito da una sfilza di ingegneri e architetti, ultimo dei quali Pasquale Poccianti (che ha firmato la “conchiglia” del Cisternone, un gioiello che ora attende di esser valorizzato ma il cantiere non arriva mai a fine).
È l’Acquedotto Leopoldino, che ha avuto il merito di dar da bere ai livornesi, già più di 50mila a quel tempo: poco più di cent’anni fa ci avrebbe pensato l’assessore Guido Donegani a inventare lo schema di acquedotto che, prelevando l’acqua dal Serchio via Filettole, ci rifornisce ancora oggi. A cavallo fra fine Settecento e inizio Ottocento, invece, l’idea era che Livorno, povera di sorgenti proprie, andasse a cercarsele verso Colognole. Ora quell’acquedotto da considerare un’opera di bella ingegneria è diventato anche uno spettacolo di architettura nei boschi alle spalle della città. «Può diventare realtà quel che immaginava Poccianti con la passeggiata da Livorno verso le sorgenti», dice Dario Fattorini, assessore di Collesalvetti che punta a giocarsela dal punto di vista del turismo.
Certo, niente “divertimentifici” modello riviera romagnola bensì un turismo slow di bici e piccoli numeri: importanti anche quelli in un settore come nell’ospitalità diffusa tipo bed & breakfast. «E qui il nostro acquedotto ottocentesco, – segnala Fattorini – oltre a essere in sé uno “spettacolo” di ingegno umano in mezzo alla natura, è al crocevia fra tre “cammini”. Il primo è quello d’Etruria, da Pisa verso Volterra e poi Chiusi, che nel nostro tratto raggruppa 14 Comuni, dei quali noi di Colle siamo capofila. Il secondo è quello dei Tirreni: da Livorno scende in parallelo alla costa e s’infila in Maremma. Il terzo è quello di santa Giulia: nel nome del culto di questa ragazza nordafricana martire, unisce Livorno a Brescia». Tradotto: un modo nuovo di pensare il turismo che sta prendendo piede per fuggire dai sentieri ormai logori del turismo standardizzato.
L’Asa indica l’idea di «un museo all’aperto costituito dall’opera monumentale e dal meraviglioso contesto naturalistico circostante». Da conoscere (per progettare gli interventi e capire cosa fare per fermare il degrado) e soprattutto da far conoscere: a tal riguardo si prevede «l’utilizzo dei droni per aerofotogrammetria applicata e restituzione di ortofoto e di modelli tridimensionali» attraverso l’uso del “Bim”, un sistema digitale 3D. Vengono annunciati, «grazie al contributo di Asa», tour virtuali tanto dell’opera che del sito naturalistico. Obiettivo: «raggiungere un vasto pubblico».
Il salto è che tutto questo non è più il sogno degli ecologisti di “Occhi sulle colline” – un network verde di una galassia di associazioni – o di “Salviamo il salvabile”, il comitato guidato da Angela Sagona che è in campo da una decina d’anni per incalzare le istituzioni e l’Asa che gestisce l’acquedotto.
Dal quartier generale di Asa segnalano la volontà di accelerare la sensibilizzazione per votare l’Acquedotto Leopoldino come “luogo del cuore” all’iniziativa del Fai che mette in palio anche quattrini per interventi e restauri. Fosse tutto lì, sarebbe un po’ pochino: un appello a poco più di una settimana dalla chiusura del voto non serve a granché di concreto. Utile però a far diventare questo «monumento lungo 18 chilometri» qualcosa di simile alle ex terme liberty del Corallo: “invisibili” per decenni finché si sono accesi i riflettori e ora si tratta di una realtà ben piantata nel cuore di qualunque livornese. Più difficile farlo per un complesso di architetture che, eccettuato il Cisternone (e il Cisternino di Città fra via Grande e piazza della Repubblica), è laggiù nascosto in mezzo al bosco: ma proprio lì sta il fascino, e non c’è nessun cavalcaferrovia da abbattere…
Può essere una svolta il fatto che la voce non sia più quella di qualche associazione o di un pugno di volontari: stavolta dallo stato maggiore di Asa si parla di «giorni importanti per l’Acquedotto Leopoldino», in tandem con i Comuni di Livorno e di Collesalvetti l’ex municipalizzata annuncia che è stata preso al volo il bando nazionale per chiedere un finanziamento da 800mila euro relativo a progettazione e prime attività propedeutiche al recupero architettonico».
Intanto, qualcosa di nuovo già c’è, e non solo nelle carte: è bastato sostituire mezzo chilometro di tubazione per far ripartire l’antico acquedotto come lo strumento che fornisce l’acqua potabile alle case «di tutte le zone collinari di Collesalvetti». Mirko Brilli, responsabile operativo all’Asa, segnala che «sia Parrana San Giusto e Parrana San Martino sia Nugola avranno l’acqua proveniente dalle sorgenti di Colognole». E aggiunge: «È la riprova concreta che quell’acquedotto è stato progettato con qualità tecniche eccezionali».
È da dieci anni che negli scaffali c’è il protocollo d’intesa che vede protagonisti i municipi di Livorno e di Collesalvetti, la Provincia di Livorno, la Soprintendenza, poi allargandosi a Asa e alla Regione. Soprattutto quest’ultima, salita a bordo con la delibera del luglio scorso. In ballo il Comune di Livorno come proprietario dell’opera; quello di Collesalvetti non solo perché competente per territorio ma anche come divulgatore di questo patrimonio fra il grande pubblico; l’Asa perché è il gestore dell’acquedotto (e ha in mano le soluzioni per «minimizzare le interferenze con il bene monumentale»); la Soprintendenza per la competenza scientifica nel «dettare gli indirizzi generali» e nel «tutelare il patrimonio storico e artistico». —
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