Gioco
È l’ora di un reparto ospedaliero gestito solo dagli infermieri
La presidente dell’Ordine: «Serve un cambiamento, basta trattarci come pedine da sparpagliare sul campo, a rincorrere urgenze»
L’INTERVENTO
MARCELLA ZINGONI
La pandemia ha preso in contropiede tutti. Una situazione di tale complessità non era facilmente affrontabile da nessuno.
E se il sistema sanitario ha retto è stato grazie soprattutto agli operatori sanitari tutti che hanno compensato con la loro presenza e disponibilità, al limite dello sfruttamento, le carenze organizzative, di materiale e di personale.
Certo forse si poteva fare di meglio e di più, ma piangere sul latte versato non serve a nulla, il sacrificio di tanti nostri colleghi viene offeso se l’esperienza non si tramuta in insegnamento.
Vogliamo, come Ordine Professionale, esprimere alcune riflessioni legate alla nostra esperienza sul campo e alla visione che abbiamo del livello delle prestazioni infermieristiche, una visione che non è corporativa, non è accecata da autoreferenzialità, ma che vuole essere politica, nell’accezione positiva del termine: attenzione ai bisogni della società, dei nostri cittadini.
Chiaramente il primo dei problemi è la carenza di personale sanitario, ma su questa questione, almeno dalle dichiarazioni delle forze politiche, sembra che finalmente ci sia un’adeguata attenzione che speriamo possano rispondere alla importanti segnalazioni da parte dei colleghi di frustrazione ed affaticamento.
Segnaliamo però anche la necessità di rivedere l’impianto complessivo dell’organizzazione infermieristica. Non abbiamo fatto tesoro dell’esperienza faticosa di marzo e aprile. Un’organizzazione non si può reggere solo sulla buona volontà dei suoi operatori. Occorre creare a tutti i livelli forme di comunicazione rapide ed efficaci, centri reali di coordinamento, gestione e di direzione infermieristica, a cui attribuire competenze e obiettivi specifici, reali assunzioni di autonomia e di responsabilità nella pianificazione assistenziale. Ovviamente in un’ottica di collaborazione interprofessionale, ma che sia collaborazione reale e non si riduca il tutto a trattare gli infermieri come pedine da sparpagliare sul campo, a rincorrere urgenze qua e là.
Autonomia e responsabilità infermieristica che si potrebbe, ad esempio, tradurre nell’individuazione di reparti, setting assistenziali a totale gestione infermieristica contestualizzando le positive esperienze in essere nel contesto nazionale. Oppure nel riconoscimento della necessità di quadri intermedi, ma anche dirigenti più numerosi e articolati.
Si può ancora oggi, tanto per fare un esempio, accettare che un coordinatore gestisca in proprio un centinaio di operatori senza rimanere schiacciato unicamente nel ricorrere i problemi della copertura dei turni?
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