Il Tirreno

Livorno

l’odissea del comandante livornese 

Dietro la nave bloccata in Cina la “guerra” con l’Australia

Mauro Zucchelli
Dietro la nave bloccata in Cina la “guerra” con l’Australia

Si tenta di arrivare all’ok al corridoio umanitario per far sbarcare i marittimi “Prigionieri” una settantina di equipaggi (e 6 milioni di tonnellate di carbone)

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/ Livorno

È un risiko molto complicato, il caso della “Antonella Lembo”, la nave italiana al comando del capitano livornese Gabriele Padovan, 59 anni, bloccato insieme agli altri 22 membri dell’equipaggi (fra i quali sei nostri connazionali) al largo del porto cinese di Tianjin. A poche miglia dalla nave portarinfuse che ha a bordo 91mila tonnellate di carbone siderurgico partito dal porto di Abbott, nello stesso golfo di Bohai – nel Mar Giallo, circa 250 chilometri a sud est di Pechino – troviamo anche altre due navi italiane: della “Chiara d’Amato” e della “Mba Giovanni”. Tutte e tre appartengono alle flotte di armatori napoletani (la “Antonella Lembo” del comandante livornese appartiene alla società Fertilia nata dall’alleanza fra fra SetSea della famiglia Lembo e la Perseveranza di Navigazione della famiglia D’Amato).

Ma il problema riguarda «più di 50 navi» in (lunga) attesa di scaricare carbone dall'Australia. Lo dice la newsletter internazionale di Bloomberg che cita un report della propria agenzia ma anche l’analisi della società di intelligence Kpler (mentre altre fonti confidenziali fanno salire addirittura a oltre 70 il numero delle navi portarinfuse coinvolte). Secondo gli analisti finanziari newyorkesi stiamo parlando di «circa 5,7 milioni di tonnellate di carbone sulle navi ancorate, soprattutto di dimensioni Capesize e Panamax» (cioè le più grandi). Sono ormai ai ferri corti i rapporti fra due Paesi che pure hanno intensissimi scambi commerciali: Pechino è il primo destinatario dell’export australiano e l’Australia è il quarto mercato per le merci cinesi.

Bloccato sulle navi all’ancora al largo di una serie di porti cinesi un valore economico di «oltre mezzo miliardo di dollari», ma “imprigionati” anche i destini di «un migliaio di marittimi». Senza nessuna colpa, né loro né i loro armatori, e nemmeno accuse delle quali rispondere. Ma con il serio rischio di precipitare in una crisi umanitaria: c’è da mettere nel conto il rischio di tilt psicologico per lavoratori costretti a rimanere troppo a lungo bloccati, studi scientifici riferiscono che la durata-limite è di un mese (almeno per gli addetti alle piattaforme offshore).

Non è escluso che si punti proprio ad ottenere dalle autorità cinesi una deroga di tipo umanitario, anche se le restrizioni e le quarantene per l’emergenza Covid complicano tutto. Resta il fatto che dalla vicenda della “Mba Giovanni”, analoga a quella della “Antonella Lembo”, salta fuori una sottolineatura ulteriore. Non c’è da fare i conti con l’atteggiamento delle autorità di Pechino, con il clima di guerra commerciale nell’Oceano Pacifico o con la possibilità di intervento del nostro ministero degli esteri.

Nel caso di quella nave, una nota della Farnesina ha messo l’accento anche sulle rigidità mostrate dall’armatore: «Grazie all'intervento della nostra ambasciata e in via del tutto eccezionale» le autorità cinesi hanno autorizzato l'avvicendamento degli equipaggi dei marittimi nel porto di Tianjin, «a sole 15 miglia dall'attuale posizione della nave». Ma nulla si è sbloccato perché «l'armatore, nella sua autonomia, ha preferito rinunciare» in quanto avrebbe potuto trovarsi a fare i conti con «conseguenti costi aggiuntivi e penali contrattuali a suo carico».

A dare uno spiraglio è un report di pochi giorni fa, sempre della società che porta il nome dell’ex candidato anti-Trump alle primarie Usa, la Cina «è disposta a permettere lo scarico di 135mila tonnellate di carbone australiano, secondo quanto riferisce una fonte anonima ma lasciando in vigore il divieto di import e in una fase in cui le tensioni fra le due diplomazie aumentano. Lo sblocco riguarderebbe la nave “Alpha Era”, che da sette mesi aspetta il via libera nel porto di Fangchenggang, nel sud della Cina, praticamente al confine con il Vietnam.

Qualche segnale di cautissimo ottimismo arriva anche dalle fonti sindacali internazionali dei marittimi: Bruno Nazzarri , dirigente Itf, segnala che attraverso lunghe trattative qualcosa si riesce a sbloccare sul fronte dei rimpatri, l’organizzazione è impegnata attivamente «anche in accordo con le organizzazioni internazionali» per fare pressing sui governi. Con tutte le difficoltà del caso, in quest’era di Covid...

Tutto nasce dalla lotta per il predominio geopolitico in quella zona di mondo, con l’Australia capofila di un fronte che vuol far argine alla spinta egemonica cinese. Pechino ha risposto mettendo nero su bianco una lista nera di materie prime e cibi australiani. La goccia che fece traboccare il vaso? L’esclusione di Huawei dalla costruzione del sistema “5G” in Australia. —

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di Redazione web