Gioco
«Credevo che i morti fossero una montatura ora sono in un letto a lottare per vivere»
Il racconto dal 2° padiglione Covid del livornese Gaetano Di Simone «Pensavo di non farcela, non ho mai pianto come in questi giorni»
lA STORIA
Giulio Corsi
Con la maschera dell’ossigeno attaccata al volto, immobilizzato in un letto del 2° padiglione primo piano, la corsia dell’ospedale dove vengono ricoverati i malati Covid più gravi, Gaetano Di Simone, 65 anni, livornese, ha acceso il telefonino e con un video in diretta ha parlato agli amici.
«Vi voglio bene», ha detto con la voce affannata, interrotta più volte dalla fatica e dalle lacrime.
«È un pianto che mi libera - ha confidato poi -, non ho mai pianto così tanto in vita mia come in questi giorni. La situazione pian piano sta migliorando, ho ancora l'ossigeno perché non respiro bene, ma dopo due settimane di buio, finalmente ho la speranza di farcela».
Di Simone ha poi raccontato la sua storia al Tirreno: «Mi manca la mia quotidianità, le serate a cantare nei locali col mio amico Emiliano Pasqui. Ho ancora tanta voglia di vivere e credo che questo mi abbia dato la forza di svoltare. Fino alla scorsa settimana pensavo che non ce l’avrei fatta».
Il 65enne, conosciutissimo in città, tifoso del Livorno, animatore musicale di serate in tanti locali, è uno di quei soggetti considerati a rischio: «Ho il diabete e nel 2000 ho avuto anche un infarto», racconta. «I medici mi hanno spiegato che il mio quadro clinico, le mie comorbilità sono quelle in cui il virus si insinua con più cattiveria. Mi stanno facendo tantissime cure, anche l’insulina perché col cortisone il diabete mi va alle stelle».
La scorsa settimana la situazione pareva disperata. Al punto che Gaetano Di Simone aveva fatto tre post su Facebook che avevano fatto temere il peggio agli amici.
29 novembre: “No, non ce la faccio più”.
Ancora lo stesso giorno, qualche minuto dopo: “Ossigeno pressione 50x80, non ci si fa bimbi”.
1 dicembre: “Potrei anche non farcela”.
Due giorni fa però qualcosa è cambiato: «Ho iniziato a respirare meglio, mi hanno diminuito l’ossigeno. Mi hanno detto che tra due giorni mi toglieranno la maschera e mi trasferiranno al piano di sopra, dove ci sono malati meno gravi».
La storia di Gaetano è la stessa di altre migliaia di persone contagiate dal virus: «Fino a tre settimane fa stavo bene, poi da un giorno all’altro sono arrivati i sintomi e sono peggiorato velocemente», ricorda. «Sono venuti a casa, hanno visto che avevo la polmonite e mi hanno portato al pronto soccorso Covid, al 10° padiglione. Poi mi hanno rimandato a casa, ma stavo male, non respiravo e mi hanno riportato d’urgenza in ospedale, ricoverandomi al secondo primo. E pensare che al Covid non ci credevo: quando sentivo alla televisione raccontare dei morti per coronavirus pensavo che fosse una montatura. E invece le cose andrebbero toccate con mano: solo vivendo per due settimane in un reparto come questo ti rendi conto di che cosa sia questa malattia. Il Covid ti mette al tappeto da un giorno all’altro: resti senza fiato, perdi le forze, non riesci ad alzarti dal letto. Ora che sto meglio ho provato ad andare in bagno da solo, ma non riuscivo a stare neanche in piedi, ho dovuto usare il deambulatore».
Di Simone crede di aver contratto il virus portando la spesa a casa dei livornesi. «Sapete, io vivo con 290 euro di pensione di invalidità dopo che per 20 anni ho guidato il furgone nella ditta della mia ex moglie in Versilia, che non mi ha mai versato i contributi. L’ho pure denunciata all’ufficio del lavoro. Non avendo diritto alla pensione mi tocca fare dei lavoretti oltre a cantare: andavo nei supermercati a portare la spesa a casa dei clienti. Probabilmente il Covid l’ho preso proprio così».
Le giornate in reparto passano lente e piene di paure. «Medici e infermieri sono gentili, mi coccolano - racconta -. La dottoressa che la mattina viene a visitarmi è stupenda, mi mette a mio agio, gli infermieri sono fantastici, voglio citare Simone in particolare. La notte non riesco quasi mai a dormire: ascolto Renato Zero da vecchio sorcino, oppure le registrazioni delle mie serate in giro per le pizzerie di Livorno. E poi piango, pensando a tutti gli amici che mi sono vicini. Ora mi sentite sollevato perché sto meglio, ma in questa corsia la situazione è tragica e purtroppo i letti sono ancora pieni, so che ci sono oltre trenta ricoverati. Io sono in una stanza da solo, questa è diventata un po’ la mia casa, anche se casa mia mi manca tanto, insieme al mio amore Paola». —
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