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I familiari delle 140 vittime «Non ci interessano i soldi, noi vogliamo la verità»
livorno
La battaglia di noi familiari dei 140 marittimi e passeggeri morti nel rogo del Moby Prince «non è certo per ottenere un risarcimento materiale dei danni, ma solo perché la mancanza di giustizia è per noi intollerabile ed inaccettabile». Parole di Loris Rispoli, presidente del Comitato 140 e di Luchino Chessa, alla guida dell’Associazione 10 Aprile, le due realtà protagoniste della lotta per riportare sotto i riflettori l’apocalisse senza colpevoli a pochi mesi dal 30° anniversario.
Arriva a pochi giorni dalla proposta del deputato leghista Manfredi Potenti di istituire un fondo risarcitorio. Già lo stesso esponente del centrodestra si premura di precisare che deve servire anche «alla coltivazione della memoria» e che non è questa «la risposta al dolore che rimarrà eterno», ma il fronte dei familiari delle vittime tengono fin dal titolo della loro lettera aperta a dire che si muovono «per verità e non per vil denaro».
Stavolta questo sussulto della coscienza civile è dettato dalla reazione alla sentenza del tribunale di Firenze che ha respinto la causa civile intentata dai familiari delle vittime del traghetto Navarma ritenendo che tutto sia prescritto e siano scaduti i termini per qualunque azione legale di questo tipo. Gli esponenti dei due comitati mettono in evidenza quel che li ha spinti a promuovere la causa civile chiamando in causa i ministeri della difesa e delle infrastrutture (che ha assorbito ciò che un tempo era il dicastero della marina mercantile), «dopo il deposito della relazione conclusiva da parte della commissione parlamentare di inchiesta»: «Non è stata l’intenzione di ottenere un risarcimento dei danni, ma – viene sottolineato – quella di ottenere, finalmente, il riconoscimento in una sede giudiziaria delle gravissime responsabilità della Capitaneria di Livorno per non avere garantito la sicurezza della navigazione all’interno della rada del porto di Livorno e per l’assenza di soccorso al traghetto Moby Prince».
Ecco, dunque, un doppio “grazie”: da un lato, a «tutti i parlamentari per l’attenzione e la sensibilità che hanno espresso verso i familiari delle vittime del Moby Prince e per il richiamo alla necessità di coltivare la memoria di una strage di cui, a distanza di 30 anni, ancora nessuno è stato chiamato a rispondere»; dall’altro, a tutti gli esponenti delle istituzioni che, appresa la recente notizia del rigetto della nostra domanda da parte del Tribunale civile di Firenze, si sono impegnati a sostenere ogni iniziativa utile all’accertamento dei fatti e delle responsabilità.
«In questi lunghi anni noi familiari delle vittime _ dicono Rispoli e Chessa – abbiamo sostenuto una lunga, dolorosa ed estenuante battaglia nelle aule giudiziarie, nel tentativo e con la speranza che le inchieste della magistratura potessero accertare quanto accaduto quella terribile notte ed individuare e condannare i responsabili di quella strage». Lo dicono rimarcando di aver fatto «tutto quanto nelle nostre possibilità anche per non disperdere la memoria di quel tragico evento, partecipando ed organizzando iniziative di sensibilizzazione e di informazione». E aggiungono: «Abbiamo sollecitato un’iniziativa parlamentare e la nostra richiesta è stata finalmente raccolta da quei parlamentari che si sono fatti promotori della istituzione della commissione parlamentare di inchiesta che ha svolto un lavoro importantissimo e che ha individuato precise e gravissime responsabilità per quanto accaduto ai nostri familiari». —
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