Gioco
Giorgia, Matteo e la lotta alla lotteria
Viviamo tempi tragici ma, come insegnava Ennio Flaiano, tra la tragedia e la farsa il passo è breve
Viviamo tempi tragici ma, come insegnava Ennio Flaiano, tra la tragedia e la farsa il passo è breve. Prendiamo Giorgia Meloni, ai vertici di tutte le classifiche di gradimento personale. Mentre il governo rischia di cadere, non si trovano frigoriferi per i vaccini, loculi per i morti e bus per riportare i ragazzi a scuola, lancia la battaglia programmatica de noantri: la lotta alla lotteria. La lotteria degli scontrini.
Per Giorgia Meloni registrarsi per partecipare al gioco equivale a far sapere «a Conte, Casalino, Di Maio, Gualtieri, l’Agenzia delle Entrate e lo Stato tutto quali sono le tue abitudini, cosa ti piace, cosa compri e da chi e a che ora». A parte il fatto che mi autodenuncio (sì, Giorgia, ho appena comprato in enoteca un Sangiovese umbro e pazienza se lo Stato mi considererà un ubriacone), la cosa non è vera. La lotteria ha passato il vaglio del Garante per la Privacy, l’acquirente non è riconoscibile dal codice alfanumerico. Anche Matteo Salvini ha accennato a una protesta ma è stato tacitato da una circostanza definitiva: è lo stesso Salvini che chiede i dati personali su Instagram per vincere una telefonata con lui medesimo. Chi di lotteria ferisce, di lotteria perisce.
Noi italiani siamo guardinghi con lo Stato, non sopportiamo che frughi nei nostri affari: brucia ancora la ferita del 9-10 luglio 1992 quando Giuliano Amato, di notte, con decreto d’urgenza, prelevò forzosamente dai conti correnti i soldi richiesti per salvare la lira. Ma, a ben vedere, non c’entra solo questa diffidenza atavica, la lotta alla lotteria una ragione politica ce l’ha. Tra il serio e il faceto, tra una fattura elettronica e un gioco a premi, si stanno chiudendo tutte le vie di fuga per coloro che finora hanno vissuto occultando parte dei guadagni. Che è una ragione in più per chiedere lo scontrino e provare a vincere il malloppo.
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