Il Tirreno

Livorno

Violenza sulle donne pene esemplari inutili bisogna far politica fuori dai tribunali

aurora matteucci*
Violenza sulle donne pene esemplari inutili bisogna far politica fuori dai tribunali

La prevaricazione di genere è pericolosa e intollerabile  ma non si sconfigge con la condanna elevata a simbolo  

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l’intervento

aurora matteucci*

L a punizione esemplare ha costituito un monito per impedire la violenza contro le donne? Ha distolto altri dal male? Non sarei affatto propensa ad affermarlo. Rispondono i numeri. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Eures, in Italia nei 10 mesi dal 2020 si contano 81 femminicidi (da 85 dello stesso periodo del 2019). Resta sostanzialmente stabile il numero dei femminicidi familiari e il numero dei femminicidi di coppia. Sono numeri da capogiro, non c’è dubbio. Ma i numeri, che spesso sembrano non cogliere la complessità dei fenomeni, devono pur dirci qualcosa, se opportunamente letti. I numeri rivelano l’inefficacia delle politiche securitarie, l’inutilità dell’aumento delle pene, l’ipocrisia di riforme a costo zero (il famoso “codice rosso” è legge introdotta con la clausola dell’invarianza finanziaria) che vengono millantate come la soluzione di ogni problema sociale, culturale e che costituiscono il trionfo dell’antipolitica, la sostanziale resa della politica nel nostro agire quotidiano e pubblico di fronte all’unico obiettivo di estirpare – nella nostra cultura- le resistenze sessiste e patriarcali che costituiscono l’origine e l’humus in cui germinano le condotte violente. La punizione arriva dopo, quando il reato è stato commesso, quando è troppo tardi. Leggere il plauso per condanne esemplari nel giorno in cui ricorre la giornata nazionale contro la violenza di genere non mi lascia indifferente. Lo dico subito, a scanso di equivoci. Non mi piace. Di più. Mi sgomenta.

Ma voglio subito smarcarmi anche dall’equivoco opposto. Condanno la violenza di genere e sono consapevole che in questo paese e altrove resistano e si annidino pericolose e non più tollerabili forme di prevaricazione (non tutte immediatamente di rilievo penale), talvolta nascoste, persino accettate come dati di fatto. Mi riferisco agli apprezzamenti ossessivi sulle connotazioni estetiche, alle dimissioni in bianco in caso di gravidanza, alla tendenza radicata di etichettare una donna non per le sue capacità ma per il suo aspetto fisico, all’emarginazione delle donne nei luoghi di rappresentanza, all’insopportabile discriminazione sul posto di lavoro e all’ancora pressante differenza retributiva tra uomini e donne. E potrei continuare.

Così come, purtroppo, potrei, anche qui, enumerare i reati commessi da uomini contro le donne. A contarli, e lo abbiamo fatto, vengono i brividi. Lungi da me, dunque, negare l’esistenza di un problema talmente radicato da costituire un tratto endemico della nostra società.

Ma vorrei provare a cambiare registro. Vorrei provare a suggerire un lessico diverso che non indulge al vittimocentrismo e non strizza l’occhio alla retorica del carcere duro, della chiave da buttare, del panpenalismo che non solo non produce gli effetti sperati ma è a dir poco dannosa per la salute stessa della nostra democrazia. Perché invocare condanne “esemplari” significa anzitutto disancorarsi dal tessuto costituzionale, da quell’articolo 27 della nostra Costituzione che disegna un sistema punitivo tarato sulla rieducazione e sul divieto di trattamenti disumani e degradanti. Significa appiattirsi su un vocabolario vischioso e scivoloso che evoca stagioni passate. La condanna esemplare, per tipo d’autore, è tipica dei regimi autoritari: finisce per accreditare l’idea che il condannato sia strumento di prevenzione generale, un mezzo – per impedire che altri, sulla scorta di quell’esempio, commettano delitti della stessa specie- e non un fine, come lo intende la Costituzione repubblicana.

Insomma, la punizione elevata a simbolo costituisce uno dei tipici abomini delle dittature. Le pene devono essere giuste, comminate all’esito di un processo giusto, entro i binari della Costituzione, non esemplari. Ma non solo. Come scrive opportunamente la professoressa Tamar Pitch, ordinaria di filosofia e sociologia del diritto, alla facoltà di giurisprudenza di Perugia, in un articolo comparso su Discrimen lo scorso anno “Rivolgersi alla logica e al linguaggio del penale per vedere riconosciute le proprie ragioni, o addirittura la propria soggettività politica, eleva precisamente la giustizia penale, nazionale e internazionale, a soluzione principe di tutti i problemi, a scapito della politica”.

Insomma, scaricare sul diritto penale la soluzione della questione della violenza di genere non è solo un errore. È un’insopportabile semplificazione che tende a ridurre la donna ‘vittima’ ad oggetto della “protezione paternalistica” di uno Stato che dimentica la politica e affida alla repressione la funzione di una panacea che non cura, ma mette solo a tacere l’ossessione per la gogna che oramai ha inquinato il discorso pubblico e il senso stesso delle rivoluzioni sociali e culturali che i movimenti femministi hanno agito.

Di una “protezione” che legittima un arretramento sul piano delle garanzie, che non fornisce alcun contributo utile alla promozione di politiche di prevenzione che sole potranno davvero estirpare quello che possiamo, senza timore di smentita, definire un cancro della nostra società. Penso al linguaggio (e, per esempio, alla sfida di ridisegnare un lessico che tenga conto di ogni scelta di genere), oppure alla necessità di educare le nuove generazioni alla libertà, ivi compresa quella sessuale.

La Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza (Convenzione di Istanbul) individua un percorso che certo non si appiattisce sulla repressione ma che stimola gli Stati aderenti anche alla predisposizione di misure di prevenzione idonee ad eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi. Un sistema integrato che non fa leva sulla (sola) repressione perché sarebbe, ed è, del tutto inutile. Non è con l’aumento delle pene o con l’attribuzione di un valore simbolico alla condanna considerata come unica forma di giustizia (perché le sentenze sono considerate giuste solo quando comminano pene!), che possiamo pensare di superare la violenza di genere. Dobbiamo imparare un lessico nuovo, scommettere sulla prevenzione, tornare a fare politica sui territori, nelle scuole, fuori dai tribunali. —

*avvocata



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