Il Tirreno

Livorno

la decisione del tribunale  

Filmava i ragazzini in doccia «Non autorizzato a vigilare»

Pierluigi Sposato
Filmava i ragazzini in doccia «Non autorizzato a vigilare»

Le motivazioni della condanna dell’allenatore che lavorava anche a Livorno Il giudice Adolfo Di Zenzo non ha ritenuto credibili le spiegazioni del 28enne

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/ Livorno

«Tra tutti gli ambienti che poteva scegliere, a partire da quello in cui i giovani atleti si cambiano o quello adiacente a dove praticano la loro attività sportiva, l’imputato ha scelto proprio quello in cui gli stessi sono necessariamente senza indumenti e quindi in condizioni di poter essere oggetto di interesse sessuale; ovvero un ambiente in cui sicuramente nessuno fuma, né sigarette né spinelli, perché nessuna persona dotata di normale intelligenza li accenderebbe in un luogo connotato dall’utilizzo dell’acqua».

È uno dei passaggi delle motivazioni adesso depositate con le quali nello scorso ottobre il giudice Adolfo Di Zenzo ha condannato a 8 mesi il giovane allenatore di basket, 28 anni, che per la sua professione gravitava tra la Maremma e Livorno. Non pubblichiamo il nome dell’uomo per non rendere riconoscibili i ragazzini.

Il 28enne è stato condannato per l’installazione della telecamera nellle docce dello spogliatoio della palestra, che sarebbe stata finalizzata a procurarsi (il reato è comunque definito come tentato) immagini pornografiche (gennaio 2018) e a risarcire in separata sede le famiglie dei ragazzi costituite parte civile (avvocati Matteo Pollastrini, Giulio De Pasquale, Eloisa Viggiani e Cecilia Dragotta). Assolto invece perché il fatto non sussiste dall’accusa di aver detenuto materiale pornografico con minori di 18 anni.

Il giudice parte da una considerazione di base e cioè che l’imputato non ha negato di aver installato la telecamera. Ma ritiene non convincente la sua spiegazione. Il tecnico aveva dichiarato che l’intenzione era quella di scoprire se tra i ragazzi ci fossero anche alcuni che fumavano, o sigarette o droghe leggere. E che voleva accertarsi dei comportamenti degli studenti più grandi, quelli delle lezioni del mattino, non i minorenni che partecipavano agli allenamenti del pomeriggio (quelli che poi scoprirono la telecamera sotto l’asciugamano, una volta che lui si era dovuto allontanare).

Insomma, avrebbe voluto attuare un’iniziativa preparatoria. Il giudice si dice non convinto perché l’imputato aveva agito in modo autonomo «senza avvisare il personale scolastico, dai dirigenti ai suoi colleghi allenatori»; avrebbe insomma svolto un ruolo di «vigilante» «senza avvisare nessuno e senza averne in alcun modo tale mansione». La videocamera era stata trovata in funzione («per cui l’imputato aveva correttamente calcolato il momento in cui i soggetti di interesse sarebbero stati presenti negli spogliatoi») con l’obiettivo puntato sulle docce «proprio per riprenderli senza indumenti». Tutti questi elementi, uniti al fatto che, come da lui stesso dichiarato in aula, l’imputato aveva dimostrato di aver interesse per persone del suo stesso sesso in alcuni momenti della sua vita, hanno indotto il giudice a pronunciarsi per l’affermazione della responsabilità.

Non ci sono invece elementi per ritenerlo colpevole della detenzione di materiale pedopornografico, come del resto osservato anche dal pm Anna Pensabene: il computer trovato in casa dei suoi genitori era datato e forse l’imputato non aveva ancora compiuto 18 anni, sono emersi dubbi sull’effettiva età dei ragazzi ritratti, non può essere escluso che fossero già maggiorenni.

Questa seconda imputazione era datata marzo 2018, cioè al momento in cui la magistratura dispose la perquisizione, una volta che la videocamera era stata messa sotto sequestro ed erano partiti gli accertamenti. —



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