Toscana
Per tutti siamo “ricchi” e non abbiamo sostegno, ma è crisi anche per noi
«Noi siamo “i ricchi” e quindi la nostra categoria non conta e non se ne parla in televisione, ma per chi vive della propria attività quando questa viene bloccata si ferma anche il reddito. La concorrenza sleale però nel frattempo va avanti, e anche le spese».
Fabrizio Orlandi (nella foto di Dario Marzi)ha iniziato a 19 anni come rappresentante, sempre nel settore, poi dal 1994 è titolare dell’oreficeria e gioielleria Camilla Orlandi di Coteto, a Livorno, iscritto a Confcomercio, e subito vuol precisare che il suo «non vuol essere un piagnisteo ma un appello per una giustizia uguale per tutti».
Difficile dargli torto quando «con il primo lockdown siamo stati chiusi e con la zona rossa lo stesso, con perdite di fatturato fra il 30 e il 40 percento», e soprattutto quando «ho ricevuto solo i due bonus da 600 euro del Salva Italia e niente da Regione e Comune.
Dalla banca invece mi sono visto accreditare gli interessi supplementari sui mesi di sospensione delle rate di mutui e prestiti; alla fine ho pagato con la dilazione ma ho pagato di più, e poi ho dovuto saldare i fornitori, tranne per il periodo di sospensione di marzo e aprile, poi il 16 novembre Inps e Iva con i miei risparmi (Orlandi è uno dei 150mila imprenditori toscani “beffati” dall’Istituto nazionale di previdenza sociale, nda). Noi siamo persone – sottolinea – che mangiano il frutto del proprio lavoro».
Flusso di cassa azzerato, “entrate” che non coprono neanche gli alimenti alla ex moglie, e poi la brutta sorpresa dell’istituto di credito. Difficile dargli torto anche quando «i colossi del commercio su internet possono continuare a fare il bello e il cattivo tempo senza una “web tax” ancora da approvare, e se noi siamo considerati “i ricchi” loro certo sono più ricchi di noi, così come i compro-oro continuano a restare aperti perché i loro codici Ateco, chissà come mai, non vengono menzionati nei decreti anche se lavorano nel nostro stesso campo».
Non riesce a capire, Orlandi, perché «se paghiamo le tasse e paghiamo la partita Iva come ogni altra attività, e visto che anche noi abbiamo, non io, dipendenti che senza di noi non hanno uno stipendio, dobbiamo essere penalizzati».
Ma non per questo Orlandi rinuncia «all’ottimismo necessario per tenere duro, perché credo che le persone che lavorano onestamente alla fine avranno ragione», per non sentirsi «abbandonato dallo Stato per colpa di una legge iniqua e dalle istituzioni – conclude il gioielliere livornese proprietario di Camilla Orlandi – che non hanno mai offerto alcun sostegno». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
