Gioco
«Produzioni più “verdi” ma senza manifattura non c’è nessun futuro»
livorno
C’è un enorme pacco di euro-quattrini che ci arriveranno sul tavolo, c’è lo tsunami planetario per effetto della pandemia, c’è il bisogno di far fare all’economia un balzo nel futuro nel segno della sostenibilità: a questo punto serve una scintilla che metta in moto questo motore. «È possibile, anzi a portata di mano: a patto che il nostro Paese si dia una politica industriale». Parola di Claudio Evangelisti, che insieme al fratello Mauro e ai figli è al timone della Gas & Heat, una cinquantina di dipendenti diretti e altrettanti che gravitano nell’indotto allo stabilimento di Tombolo più altri 130 che seguono il progetto del gas in Sardegna.
«L’industria deve cambiare pelle, mentalità e strategie ma – avverte – davvero pensiamo che lasciar cancellare l’industria manifatturiera sia la soluzione? Ben venga il turismo, ma non possiamo fare tutti i camerieri...».
Questa industria livornese che già lavorava sul fronte del gas costruendo maxi-serbatoi per le navi ha puntato ad agganciare la spinta alla trasformazione delle flotte che fino allo scorso dicembre utilizzavano spesso carburanti ad alto tasso inquinante. «La produzione industriale può essere orientata anche verso il miglioramento ambientale», spiega Evangelisti
Per l’imprenditore livornese c’è «il rischio di «una ubriacatura»: colpa del fascino dell’idrogeno. «È chiaro che il futuro andrà in quella direzione se vogliamo “decarbonizzare” le produzioni, ma – avverte – c’è il pericolo che lo si consideri come qualcosa già dietro l’angolo e invece è una tecnologia che padroneggeremo nel 2040, forse potremo arrivarci nel 2035. Ma anziché sognarlo e intanto inquinare, perché non mettere subito in campo lo sforzo per una transizione nel segno del gnl? Parlo di impiego su larga scala, non di due o tre prototipi che incidono concretamente per lo zero virgola».
Al cronista che gli squaderna i dati sul declino dell’industria livornese, risponde con l’ottimismo della volontà («indico l’esempio del gnl perché è un settore che conosco») ma anche col pessimismo della ragione («guai se il Recovery Fund si trasforma in una cuccagna per pochi grandi gruppi che poi magari utilizzano quei soldi per andare a comprarsi le cose dall’altra parte del mondo senza lasciare qui né ricerca né lavoro, tantomeno sviluppo e infrastrutture: c’è bisogno di un “sistema Paese” e, lo ripeto, di una politica industriale»).
L’alternativa è guardare a progetti che ruotino attorno al gnl in accoppiata con la costruzione del sistema a terra: «Lo stiamo facendo per un operatore che lo utilizzerà in Brasile ottenendo una logistica efficiente e a bassi costi».
Proprio l’emergenza coronavirus – aggiunge – ha mostrato tutti i limiti di una globalizzazione senza freni: ci si sentiva al sicuro perché sparpagliando i propri fornitori in tutto il globo non si sarebbe messa a rischio la catena delle forniture magari per una guerra da qualche parte. «Invece si è dimostrato che la formula non è vincente per l’industria (che si è ritrovata senza materiale per poter alimentare il flusso produttivo) e non ha giovato al Paese». Come dire: appena ciascuno ha chiuso le frontiere per pensare a casa propria, ci siamo accorti che gel, mascherine e troppe altre cose qui da noi nessuno le produceva più. Poi rincara: «Bisognerebbe poi vedere se tutte questa logistica della fornitura ingarbugliatissima e estesissima sia davvero così economica: “è la somma che fa il totale”, direbbe la buonanima di Totò». —
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