Il Tirreno

Livorno

LA NUOVA STRATEGIA NEL DOPO-COVID 

È la fine della globalizzazione selvaggia Caccia alle fabbriche che tornano a casa

M.Z.

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l’analisi

Nel discorso con cui si è insediato al timone della Confindustria, l’imprenditore Piero Neri ha messo in chiaro una visione di industria: di come non rassegnarsi al declino che sta smottando dalle fondamenta il sistema economico di una città che si è immaginata industriale fin dalla grande trasformazione con la fine del porto-emporio, in una lunga transizione fra fine Ottocento e l’inizio del secolo successivo. Più di un secolo di ciminiere e tute blu, una grande tradizione metalmeccanica e un forte polo petrolchimico. E ora?

La crisi dell’auto ha fatto tremare anche quel che resta (Pierburg e Magna) di quel regno della componentistica auto che non si è mai strutturato come distretto: fortuna che resiste, anche a prezzo di sacrifici. Ma la fuga di Trw, Delphi e Trinseo dice che far sparire una fabbrica è un attimo o quasi. All’opposto: come attirare insediamenti produttivi?

Il punto di partenza è il regalo di Madre Natura (e della storia): in un triangolo di qualche migliaio di ettari c’è un’ampia piana che può contare su una infrastrutturazione logistica che l’istituto Tagliacarne mette ai primi posti nel Paese: il porto (di Livorno), l’interporto (di Collesalvetti-Guasticce), l’aeroporto (di Pisa). Aggrappati all’euro-corridoio Ten-T: i territori che la Regione ha messo nella proposta al governo per una “zona logistica semplificata rafforzata”.

Questo però lo sappiamo da decenni. Il motorino d’avviamento per far partire tutto quanto dov’è? Nello choc planetario innescato dal coronavirus: il Covid ha mostrato che le catene di fornitura sparpagliate su tutto il globo sono vulnerabili, adesso gli strateghi dell’economia immaginano una “regionalizzazione della globalizzazione”. Come? “Riportando a casa” alcune produzioni industriali. Non è un ritorno al passato ma un salto nel futuro, aveva detto Neri alla platea confindustriale: non si tratta di ricominciare a «fare le cose come prima» bensì, al contrario, articolare il flusso della fabbrica con una sorta di post-produzione (o di “post-fabbrica”) che “personalizzi” l’invio al mercato sulla base dei differenti segmenti di gusto e di scelte. È qualcosa che Livorno già conosce: non è forse il segreto del successo della “Giorgio Gori” secondo la formula di Nino Caponi?

Ma questo significa che industria e logistica sono due facce della stessa medaglia. Dev’essere per questo che a preparare questo menù gli industriali di questa striscia di Toscana hanno chiamato un uomo di porto e di mare. Nella relazione si guarda alla «accelerazione del ritorno in Occidente di quote di lavoro manifatturiero» ma senza darlo troppo per scontato come se ci fosse solo da raccogliere le mele che cadono dall’albero («mancano molti tasselli per considerare completo questo mosaico»). Ma la Confindustria dice che i nostri territori hanno una carta in più da giocare: è l’«integrazione tra manifattura e logistica». Chiamala, se vuoi, Darsena Europa. —

M.Z.



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