Il Tirreno

Livorno

La testimonianza 

«Ho vinto il Covid ma ho visto morire i miei compagni di stanza all’ospedale»

Sandro Lulli
«Ho vinto il Covid ma ho visto morire i miei compagni di stanza all’ospedale»

Renzo Rossi racconta la lotta contro il virus: mi sento miracolato, ho pensato che non ce l’avrei fatta «Se sono qui lo devo a mia moglie, al dottor Tornar e a quei medici e infermieri in tuta “spaziale”»  

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la storia

Sandro Lulli

«Eravamo in quattro nella stanza di ospedale ma tre di noi non ce l’hanno fatta. E li ho sentiti morire uno dopo l’altro, ho percepito i rantoli, visto gli sguardi sempre più assenti, vissuto la loro lenta e inesorabile agonia. E vedevo anche l’affannarsi instancabile di medici e paramedici, eccezionali nell’impegno, commoventi nella disperazione per non riuscire a bloccare l’effetto devastante del Covid. Sai, vedevo i loro occhi che facevano capolino dagli “scafandri” bianchi, espressioni che non potrò mai dimenticare…». Renzo Rossi, 77 anni, invece ce l’ha fatta a superare la crisi, a sconfiggere il coronavirus e ora sta bene, dopo quindici giorni al “fronte”, ricoverato al secondo padiglione. «Non lo nascondo, mi sento miracolato perché a un certo punto ho pensato che sarei andato anch’io incontro alla morte, messo in una busta di plastica chiusa da una cerniera con su un bigliettino di carta con nome e cognome e avviato verso la cremazione».

Da ieri Renzo ha avuto l’autorizzazione dal medico per uscire. «La prima cosa che ho fatto? Andare dal mio edicolante a comprare il giornale, e per giornale naturalmente intendo il Tirreno, senza il quale non so iniziare la giornata».

Renzo, se pensa alla guarigione a chi va col pensiero?

«Semplice: se sono ancora tra di voi lo devo a mia moglie Marlisa che si è subito resa conto dei sintomi; poi al mio medico e amico dottor Daniele Tornar, consigliere comunale, tra l’altro presidente del Parco del Mulino da 40 anni impegnato nel mondo del sociale, promotore della sede dell’Associazione italiana persone down di Livorno. Ma anche e soprattutto alle cure efficaci cui sono stato sottoposto in ospedale».

Ma con precisione che sintomi ha avvertito?

«Il 24 ottobre, era sabato, mi svegliai con dolori e brividi di freddo, ma soprattutto fatica a respirare. Provai a uscire ma fatti pochi gradini mi resi conto che andavo in debito di ossigeno. Mia moglie mi spinse a chiamare il dottor Tornar e poco dopo ero già su un’ambulanza Svs; primo giorno a Malattie infettive, poi trasferito al Secondo padiglione…”.

Poi il suo stato si è aggravato?

«Sì, i successivi tre-quattro giorni sono stato davvero male. Il contesto non aiutava: l’isolamento, le tute “spaziali” di medici e infermieri, l’incapacità di poter comunicare e per di più in quei giorni, accanto a me, era già deceduto il primo paziente. Lo avevo visto parlare al telefono con i parenti ma anche perdere le forze, iniziare a rantolare. In quelle ore temevo che anche a me sarebbe arrivata la stessa evoluzione della malattia…».

Quando ha iniziato a sperare di farcela?

«Verso il quinto giorno, quando ho intuito che le cure assidue e potenti ma anche mirate dei medici mi facevano respirare meglio e al contempo mi davano forza perché le terapie erano riuscite a bloccare il virus prima che contagiasse anche l’altro polmone. Ma la paura è stata tanta…».

Qual era il tuo pensiero ricorrente?

«Il timore di morire com’era accaduti ai miei tre compagni di camera, senza poter riabbracciare o parlare con i loro cari. La loro fine è stata la fine come quella di altri 48mila in Italia: terribile, in solitudine. Ho ancora negli occhi i letti che si sono vuotati uno dopo l’altro: prima il numero 20, poi il 17, quindi il 19. Io ero il 18: questo potrebbe diventare il mio numero portafortuna».

La sua esperienza drammatica, cosa le ha insegnato?

«Mi ha insegnato tanto, ma soprattutto mi porta a fare un appello…».

Quale?

«Un appello che si rivolge ai negazionisti: aprite gli occhi, fidatevi dei racconti di chi ha vissuto sulla propria pelle il Covid. Il vostro atteggiamento non farà altro che aggravare la situazione sia in Italia che in Europa e nel mondo. Eppoi mi rivolgo anche ai giovani: evitate gli assembramenti, usate le mascherine e lavatevi spesso le mani. E pensate sempre che in casa avete genitori e nonni: voi potete infettarvi e guarire in fretta ma per i vostri cari non sempre è così. Inoltre non dovete vivere il lockdown, l’isolamento, come una punizione ma solo come una misura, l’unica, che al momento possa frenare questo contagio e risparmiare tante vite».

Renzo, cosa pensa del vaccino che tra qualche mese potrebbe sconfiggere la pandemia?

«Lo aspetto in gloria. Sono dell’opinione che dovrà diventare obbligatorio. E penso anche che coloro che non si vorranno sottoporre alla vaccinazione dovrebbero pagarsi le cure dell’eventuale ricovero, qualora si contagiassero».

Fra le tante scene drammatiche alle quali ha assistito, ha un ricordo bello vissuto in ospedale.

«Se ci penso mi commuovo: l’applauso che mi hanno fatto medici e infermieri quando mi hanno dimesso giorni fa, dopo che il secondo tampone era negativo. Ho trovato persone splendide. A tutti ho detto: se ci troveremo fuori io non vi riconoscerò, perché di voi vedo solo gli occhi, ma se vi farete riconoscere vi abbraccerò come si fa con le persone care». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA



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