Gioco
Se ne è andato Romano Selmi, figura storica del Livorno e innamorato dell’amaranto
È stato strappato alla vita nel sonno, gli aneddoti raccontati dal nipote Tommaso, con lui sempre allo stadio: «Quella volta che si mise a parlare con De Rossi seduto in panchina e poi con Mourinho»
LIVORNO. Se n’è andato nel sonno ieri alle 4 del mattino a 84 anni. Un altro pezzo della storia amaranto che ci lascia. Il cuore di Romano Selmi non ha più retto, minato dal quarto infarto accusato nel 2018, e con il pacemaker che nulla, questa volta, ha potuto. Conosciuto in città perché a bordo di un furgone cassonato riforniva bar e ristoranti di acque e bibite, la sua passione era il calcio. Anzi, l’Unione Sportiva Livorno. Un’epoca in cui il football era ancora quello che ormai è solo un’immagine sbiadita: magliette di lanina, giocatori bandiera, pallone a scacchi bianco e nero.
Lo stadio si chiamava ancora “Ardenza” e il presidente era Corasco Martelli. Romano, come molti altri che in società si erano avvicinati per dare una mano, era diventato l’uomo che si occupava dell’esatta disposizione dei cartelli pubblicitari che trovavano posto anche sulla pista all’epoca in terra battuta, e che portava anche la piramide con la reclame a centrocampo per toglierla quando si era prossimi all’ingresso delle squadre.
Il segnale arrivava quando partiva l’inno. Per tutti i rappresentanti dei club era un punto di riferimento, sempre disponibile a piazzare al mattino gli striscioni di chi magari non poteva, come nel caso di quello di Milano amaranto di Gianni Cecchi. Ha visto passare molti presidenti, alternando periodi di gioia a quelli di grande delusione. Fallimenti, rinascite, nuovamente sconforto. Fino alle soddisfazioni dell’era Spinelli e una serie A che mai pensava di tornare a vedere, condividendo la passione con il figlio Massimo e il nipote Tommaso che racconta. «Molte volte, durante la ricognizione lungo il perimetro, ma specialmente sotto la gradinata, si sentiva urlare Romanoooo. Lui alzava il braccio in segno di saluto. Ed io a domandargli come facesse a riconoscere fra gli spalti gremiti la persona che lo chiamava. La risposta era sempre la solita: “un lo so chi era, ma se mi saluta, è segno che è un amico».
Questo era Romano. Generoso e disponibile, quando si muoveva per andare in trasferta in pullman si raccomandava alla moglie di riempire lo zaino di flautini della Ferrero. “Per il bimbo”, ma in realtà, anche per tutti gli altri compagni di viaggio. «Vuoi favorire? Nonno era così…». Tommaso ieri pomeriggio ha fatto un post sul Fb, ed ha raccontato di quando venne l’Inter di Mourinho e la battuta che fece all’allenatore portoghese. «Mister, guardi che cosce c’ha il mi’ nipote, gioca attaccante». E la risposta divertita di Jose’. «Abbiamo preso Eto’o all’ultimo, altrimenti un pensiero ce l’avrei fatto». Ma anche quella volta che arrivò la Roma e, Daniele De Rossi, dopo aver fatto la ricognizione si mise seduto in panchina proprio accanto a Romano. E finì per sentirsi raccontare di papà Alberto libero nel Livorno, di lui piccolino con lo stesso completino. Un De Rossi rapito, riportato alla realtà dal richiamo di un compagno. Il saluto con un abbraccio e «ma quanto è bello girare l’Italia e sentirsi raccontare cose belle come queste. Grazie Romano, ti saluterò mio padre». Dopo la cremazione le ceneri raggiungeranno la chiesetta dei Lupi domani mattina dove sarà celebrata alle 8,15 una breve funzione. Urna, secondo suo espresso desiderio: con la fotografia dello stadio e lo stemma del Livorno. L’amaranto è per sempre. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
