Il Tirreno

Livorno

La danzatrice del ventre che fa ballare maschi e femmine: «Amare se stessi si può, ecco come»

Cristiana Grasso
La danzatrice del ventre che fa ballare maschi e femmine: «Amare se stessi si può, ecco come»

Nada Al Basha, per metà egiziana e per metà livornese, si esibisce nel mondo e insegna anche in città la magia dell’arte orientale: «La mia è una missione per sfatare tutti i pregiudizi sula cultura araba»

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LIVORNO. Gli inconfondibili tratti della bellezza mediterranea, ballerina di “danza del ventre”. Fin qui le apparenze. Ma alle apparenze non ci si può fermare con Nada Al Basha, 35 anni, egiziana di mamma e livornese di babbo, perché lei li smonta con un eloquio da conferenziera e una preparazione da studiosa.

«Non si tratta di danza del ventre ma di danze orientali... una danza praticata anche dagli uomini e volendo potrebbero praticarla anche i bambini magari approcciandosi prima al folklore che richiede meno consapevolezza corporea. Purtroppo c’è da sempre questa abitudine di identificare certe danze di quelle parti del mondo con la sfera della seduzione, ma è un pregiudizio».

Nada Al Basha è docente, ballerina, coreografa e studiosa di Danze Orientali, ha una compagnia di danza che si chiama Karabà come la sua scuola che oltre a Livorno ha sedi anche a Cecina e Lucca, porta spettacoli in giro per il mondo (anche in Giappone) e anche se ora, con l’emergenza covid, alle scuole di danza è stato imposto uno stop, continua a lavorare un po’ con lo streaming un po’ continuando a studiare e a migliorarsi. Un esercizio continuo, del corpo e dello spirito.

A proposito di corpo, nei suoi corsi ci sono persone di tutte le età e di tutte le taglie. Anche con qualche chilo in più ci si può sentire a nostro agio in questa disciplina?

«Certamente tutto parte dalla consapevolezza e dall’accettazione del proprio corpo. C’è un momento di incontro con la propria fisicità, a quel punto c’è chi decide di voler cambiare perché comunque soffriva già di partenza un disagio e chi impara ad amarsi anche con i propri difetti».

Parla arabo, italiano, livornese, inglese... Anche spagnolo e francese. Qual è la sua storia?

«Una storia di migrazione al contrario, mio padre era un musicista livornese, viaggiava molto, conobbe mia madre che faceva la hostess in Kwait ed era egiziana, Si sono sposati, hanno avuto mio fratello e me e siamo cresciuti in Egitto finché, a inizio anni ’90 non siamo tornati per motivi di famiglia. È stata dura cambiare abitudini, scuola, lingua così, repentinamente ma alla fine mi sono ambientata perfettamente. Adoro Livorno, è la mia città. In Egitto torno ogni volta che posso, sto con la mia famiglia, e anche lì lavoro, faccio spettacoli, ho fatto lo scorso anno una tournée tra Cairo e Mar Rosso. Insomma l’Egitto sta diventando una seconda base».

In queste danze il corpo delle donne è molto in vista. Non attira letture maliziose di questa arte?

«Talvolta è in vista, anche se dipende da che tipo di danza vai a toccare, in alcune siamo estremamente coperte. Comunque nella danza tradizionale orientale è sì in vista ma non più che in altre danze, moderne, occidentali. Paradossale in esibizioni di danza moderna, in short e top, il corpo è oggettivamente più nudo ma fa meno impressione».

Pregiudizi quindi.

«Sì è il pregiudizio che fa avvertire di più la nudità. Invece il ruolo del corpo in questa danza non c'è alcun sottinteso. Nel senso che si può giocare con la propria femminilità ma questo non significa che facendolo io voglia sedurre uno spettatore. Per esprimersi, per conoscersi e accettarsi. Io per esempio ho sempre avuto un sacco di complessi con il mio corpo ma la danza orientale mi ha aiutato... per esempio ho scoperto che i miei piedi piatti vanno benissimo, che non conta qualche chilo in più».

Gli amici, la famiglia, il marito. Apprezzano il tuo lavoro? Ne sono imbarazzati?

«No, assolutamente, figuriamoci. Mio marito sa benissimo che questa è arte, chi ci vede una danza erotica ha dei problemi. E la mia famiglia di origine ha una mentalità aperta, già mia nonna si batteva per i diritti delle donne, anche mia madre continua a farlo qui sul nostro territorio con l'associazione CeSDI, mio padre mi ha sempre supportato fin dagli inizi. Poi se qualcuno ci vede del marcio è un problema suo».

Lei si arrabbia se la danza orientale viene definita danza del ventre?

«Sì non è il suo nome e legarla alla seduzione è un enorme equivoco. I coloni, ovviamente uomini, quando arrivarono in Medio Oriente e nei paesi dove si pratica, la chiamarono danza del ventre perché affascinati da queste esibizioni e si concentrarono solo sul ventre, che nelle danze Mediorientali non era considerato un tabù come in Occidente ma come una parte del corpo. Del resto questa danza è diffusa in una intera e grandissima area geografica, in ogni paese si danza in modo diverso, c’è una vasta gamma di danze locali. Questa cosa “del ventre” è sbagliata e limitante. Un mondo incredibilmente vasto, viene chiamata anche danza mosaico perché ogni paese ha le sue versioni, le sue musiche, i suoi costumi. Le sue orgini? C’è chi le pensa matriarcali e legate ai culti della dea madre ma per me è un riferimento storico impreciso e mistificatore. Comunque le prime testimonianze si ritroviamo nell’Impero Ottomanno. Per me è una danza popolare che racconta un territorio, i suoi usi, le sue celebrazioni. E lo era anche per gli orientali. Sono gli occidentali che con la colonizzazione sono rimasti affascinati e colpiti da certi aspetti più sensuali della danza orientale che non nasce minimamente con queste finalità.Poi si dice anche “una danza delle donne per le donne”, in realtà è anche per uomini, aggraziati e formidabili quando danzano. Ma anche qui tanti pregiudizi fanno ritenere persino la danza occidentale roba da femmine».

Perché ha voluto diffondere questa danza in Italia e nella sua città, a Livorno?

«Danzare per me è cercare di trovare sintesi tra due realta, tra i miei due mondi. Il Medioriente, il mondo arabo, soprattutto negli ultimi anni vengono identificati come il nemico, fanatico estremista. Io l’ho presa come missione. Cercare attraverso la danza ,che è un veicolo immediato, di far capire quanto di bello, buono e vasto ci siano nel mondo arabo. Fare percepire gli aspetti positivi legati alla mia cultura e al mio paese meraviglioso, abbattere pregiudizi. Insomma la danza come un ponte tra le due sponde del Mediterraneo, per me che ho bisogno di tenere insieme questi due mondi e per gli altri».

Quanto conta la bellezza nella danza orientale?

«Siamo tutti belli e questo la danza orientale lo insegna. Non è ingenuità, ma fascino e carisma contano di più delle forme perfette».

Pare che però che a sempre più danzatrici professioniste venga chiesta la perfezione estetica.

«Purtroppo sta accadendo, sopratutto nei paesi arabi. Anche in Egitto. Donne brave e professioniste che per lavorare devono rifarsi il seno, aumentarlo, gonfiare le labbra. Non è una critica alla scelta della chirurgia estetica di per sé la mia ma un grido d’allarme perché se per lavorare devi cambiare il tuo corpo non è più la danza orientale che io conosco e amo. Non mi piegherei mai a certi compromessi».

Lezioni di danza orientale in tempo di covid.

«Difficili. La danza ha bisogno di contatto diretto, devi poter toccare i tuoi alunni e le tue alunne, correggerle, empatizzare. Già è un problema il distanziamento sociale. Comunque ci arrangiamo su Zoo, in straming e speriamo di poter tornare il più presto a lavorare in presenza».
 

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