Il Tirreno

Livorno

Sei ore in mare e una mantella per non morire «Pensavamo che non ci avrebbero trovato»

TOMMASO SILVI
Sei ore in mare e una mantella per non morire «Pensavamo che non ci avrebbero trovato»

Il racconto di Andrea Persico, uno dei due pescatori livornesi recuperati a due miglia dalla costa dopo il naufragio della loro imbarcazione 

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LA TESTIMONIANZA



Una giacca di tela cerata. Una donna sulla banchina del porto che fissa l’orizzonte. Due amici che tengono la testa fuori dall’acqua in mezzo alle onde. Aggrappati a un salvagente. Determinati a vincere la loro battaglia. Determinati a vivere. «Ho pensato che non ci avrebbero più trovato. Per un attimo ho avuto paura di non farcela, ma non ho mai smesso di nuotare. Ce lo siamo detti: “Se non vengono a prenderci, arriveremo noi sulla terraferma. Da soli”». E un lieto fine. Sudato, complicato, insperato, miracoloso. Arrivato dopo sei ore di sofferenza in mezzo al mare.

«Abbiamo visto passare un rimorchiatore, abbiamo sbracciato con tutta la nostra forza per farci vedere ma non siamo stati notati. Poi in lontananza è passata un’imbarcazione della capitaneria, abbiamo alzato di nuovo le braccia. Abbiamo urlato. Niente da fare. Era troppo distante, l’equipaggio non ci ha visto. È lì che ho iniziato a pensare a Filomena. Ho nuotato per lei. Volevo riabbracciarla. Dovevo tornare a casa, in un modo o nell’altro».

Andrea Persico e Tiziano Orsini, livornesi doc, sono amici da trent’anni. Hanno sempre amato la pesca, ma fino a sette anni fa il primo, 45 anni, lavorava alla Trw, azienda americana di componentistica che a cavallo tra il 2014 e il 2015 ha chiuso lo stabilimento di Livorno lasciando a casa 450 operai. Il secondo, 44 anni, faceva l’elettricista. «Abbiamo trasformato la nostra passione in un lavoro. Abbiamo investito i nostri risparmi per acquistare una barca e l’attrezzatura. Siamo diventati pescatori», racconta Andrea.

Giovedì, come ogni notte, Andrea e Tiziano sono partiti dal porto di Livorno alle 3,30. Un saluto al volo con i colleghi, illuminati dai fari dei pescherecci, col rumore dei motori in sottofondo e l’alba sempre lontana.

Andrea e Tiziano ancora non lo sanno. Ma per loro è l’inizio di un incubo. Che si materializza a una manciata di minuti dalle 7, al largo del Calambrone. «Tiziano ha visto che c’era acqua nel vano motore. Mi ha avvertito e gli ho chiesto se potevamo rimediare. Ha risposto “No”. In quel momento – dice Andrea Persico -, abbiamo capito che la barca sarebbe affondata».

Succede tutto in pochi secondi. Tiziano e Andrea si spogliano in fretta e furia e sono già in acqua, col peschereccio che sparisce sempre di più sotto le onde. Non hanno i cellulari e non hanno fatto in tempo a lanciare alcuna richiesta di aiuto. L’acqua fredda del mare fa battere i denti. «Siamo riusciti a recuperare una mantella cerata dalla barca, ce la siamo passata. La tenevamo alcuni minuti per uno per non andare in ipotermia».

Alle 11,40 un pescatore chiama la capitaneria. Andrea e Tiziano non sono rientrati. Scattano le ricerche, che si concludono con successo poco prima delle 13, quando la motovedetta recupera i due pescatori. Filomena nel frattempo fa avanti indietro dal porto. È la compagna di Andrea.

«Di solito rientriamo alle 9, lei non mi vedeva arrivare. Le scrivo sempre quando stiamo per tornare sulla terraferma. Non aveva mie notizie – racconta Andrea – ed era preoccupata. Quando la capitaneria ci ha accompagnato a terra l’ho vista, ma non avevo la forza per dire una parola. Io e Tiziano siamo arrivati a un chilometro dalla costa a nuoto, abbiamo durato una fatica enorme. Eravamo disidratati. Avevo sete, ma non riuscivo a tenere la bottiglia dell’acqua in mano per bere».

Andrea e Tiziano ora stanno bene. Hanno riabbracciato le loro famiglie e vogliono continuare a fare i pescatori. È la loro vita. Ma nella testa e nel cuore porteranno sempre il ricordo di tutte quelle ore in balia del mare.

«Non dimenticherò mai la sensazione di quando ho capito che la barca sarebbe affondata. Abbiamo sentito che stavamo andando giù. La scelta era semplice. Arrendersi e morire - conclude Andrea - o lottare per sopravvivere. Noi abbiamo scelto di lottare. Abbiamo scelto di vivere». —

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di Redazione web