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Armato di pistola rapina il minimarket: «Ha preso tutti i soldi, ma almeno sono vivo»
Livorno, il racconto degli attimi di terrore del commerciante del centro: «Era entrato perché voleva una birra, poi ha tirato fuori l'arma e me l'ha puntata al petto»
LIVORNO. È entrato nel negozio come farebbe un normale cliente: «Dove sono le birre?». «Lì, guardi, dentro il frigo». «Avete anche la Tennent’s?». «Sì». Poi, con la bottiglia in mano, anziché prendere il portafogli si è infilato l’altra mano nelle mutande tirando fuori una pistola. E puntandola contro il titolare del Roja minimarket di viale Cassa di Risparmio, il ventottenne Raihan Chowdhury: «Apri la cassa e dammi tutti i soldi. Non chiamare nessuno». Fuggendo in pochi secondi verso via Calzabigi con circa 900 euro fra fondo cassa e banconote che il giovane commerciante teneva nel suo portafogli appoggiata su una sedia accanto a lui.
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Rapina a mano armata alle 12.30 di mattina del 31 ottobre nel negozio del centro, dove un uomo «alto circa un metro e 75 centimetri, fra i 20 e i 25 anni, con pantaloni scuri e un bomber» di cui il negoziante non ricorda il colore, ma forse scuro, si è presentato con «una pistola vera – racconta Chowdhury – puntandomela sul mio petto», racconta il giovane commerciante bengalese. Secondo quanto da lui testimoniato il bandito sarebbe straniero, forse nordafricano, leggermente scuro di pelle, anche se il suo volto era nascosto da una mascherina chirurgica celeste, un paio di occhiali da sole e in testa aveva un casco bianco, quello per guidare i motorini, aperto davanti. Non sarebbe però scappato in scooter, almeno all’inizio della fuga, ma a piedi. Correndo, infatti, ha svoltato l’angolo verso via Calzabigi sparendo dalla vista del negoziante che ha provato a inseguirlo quantomeno con lo sguardo.
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Il bottino racimolato ammonta a circa 900 euro. Quattrocento è l’incasso «degli ultimi quattro giorni che avevo lasciato nel registratore, perché per fortuna qualcosa durante la pandemia ho venduto», racconta Chowdhury. Il resto, 500 euro, erano «banconote che avevo nel mio portafogli, appoggiato sulla sedia dietro al bancone, accanto a me. Erano soldi miei e non incassi dell’attività».
L’imprenditore, terrorizzato, ha immediatamente chiamato il 113: «L’ho fatto io stesso quando ho visto che questa persona non era più qui: ho avuto paura di morire. Mi ha rubato tutti i soldi, ma almeno sono vivo. Questa è la cosa più importante per me e la mia famiglia». Sul posto, subito dopo la telefonata di emergenza, sono intervenuti due equipaggi della Squadra volante dell’Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico della polizia di Stato, diretto dal commissario capo Claudio Cappelli. Gli agenti, sulla base delle immediate testimonianze del ventottenne, si sono messi alla ricerca del bandito, purtroppo senza trovarlo. Era già lontano. Insieme a loro, sul posto, sono intervenuti anche i colleghi della Squadra mobile della questura, coordinati dal vicequestore aggiunto Giuseppe Lodeserto. Anche i “Falchi”, gli agenti in moto, hanno preso parte alle ricerche a tappeto per provare a scovare il rapinatore in fuga verso via Calzabigi.
Chowdhury, durante l’orario di chiusura del negozio per la consueta pausa pranzo, si è poi recato in questura per sporgere denuncia. «La pistola era del tipo tamburo – ha spiegato agli agenti – di colore nero, piccole dimensioni e priva del tappo rosso sulla canna». Secondo lui, insomma, era vera. Lo ha ripetuto più volte alla polizia di Stato, sebbene difficilmente ha raccontato di poter riuscire a riconoscere il bandito, visto che il suo volto era ben coperto. Subito dopo, alle 15.30, il ventottenne è tornato al lavoro come se niente fosse successo, «perché devo mandare avanti l’attività, bisogna lavorare», ha raccontato.
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