Gioco
La scintilla si è sviluppata nel tubo che non era a norma
Secondo i periti della Procura a scatenare lo scoppio sarebbero state le cariche elettrostatiche prodotte durante l’aspirazione
livorno
Un telefonino, un utensile diverso da quelli prescritti – in ottone o bronzo – oppure lo sfregamento di un oggetto con il terreno. Niente di tutto questo. Ad innescare la scintilla che ha causato l’esplosione all’interno della Depositi Costieri Neri e dunque la morte di Nunzio Viola e Lorenzo Mazzoni – secondo i periti della Procura – sarebbe stato l’accumulo di cariche elettrostatiche che si sono formate sulla proboscide – una sorta di tubo ad elle – utilizzata dagli operai di Labromare per l’aspirazione dell’acetato di etile. La sostanza altamente infiammabile, contenuta all’interno della cisterna numero 62 nel deposito di via Leonardo Da Vinci. Ma c’è di più, perché secondo i rilievi da parte dei tecnici – che dovranno essere discussi poi a processo – il materiale usato per la proboscide non era – come prevede la normativa – conduttore. Ecco perché nel momento in cui è avvenuta la scintilla l’acetato di etile, misto ad ossigeno, ha innescato l’esplosione provocando il cedimento strutturale del serbatoio stesso e il suo innalzamento, con il conseguente flash fire: un’onda di fuoco che ha travolto i due operai che erano all’interno del bacino in posizioni diverse l’uno dall’altro.
Una ricostruzione che non solo dà una spiegazione, ma dall’altra in qualche modo discolpa gli operai stessi da possibili comportamenti che avrebbero potuto portare allo scoppio della cisterna. Al contrario, per la procura, che ha indagato i vertici di Costieri Neri e Labromare per omicidio colposo, le responsabilità dell’incidente sono da attribuire alla negligenza dei datori di lavoro che non hanno rispettato le normative sulla sicurezza sul lavoro. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
