Gioco
Parte a San Jacopo il restauro della statua di Pietro Leopoldo
È il nuovo intervento messo in campo dal comitato Il Gioiello Dimenticato per la valorizzazione del quartiere (dopo aver già recuperato l’antica cripta)
livorno
Partono i lavori di restauro alla statua di Pietro Leopoldo di Lorena collocata nella piazza di San Jacopo. Partono, ed è un altro piccolo grande miracolo del comitato “Il Gioiello Dimenticato”: chi passa sul lungomare se ne sarà accorto perché l’impalcatura del cantiere della ditta Decorarte ora avvolge la nicchia che accoglie la statua incastonata com’è nel muro alle spalle della Baracchina Bianca fra la chiesa e l’ingresso dell’Accademia navale. Secondo le previsioni i lavori dovrebbero concludersi entro fine anno o comunque le prime settimane dell’anno nuovo.
Il comitato è nato nel cuore del quartiere per far uscire dall’oblìo un tesoro come l’antichissima cripta della chiesa e adesso, siccome l’obiettivo di restituire alla città i locali sotterranei (con l’apertura della pieve originaria verso il mare), si è data il traguardo di puntare i riflettori su questa testimonianza. È formato da Enrico Del Chicca, Paolo Faccioli, Daniela Guarda, Bruno Taliani, Lucia Niccolini, Edoardo Rubichi, Benedetta Del Lucchese, Matteo De Marco, Jacopo Suggi, Monica Socci e Leonardo Puccini.
È un passaggio anche simbolico: non dimentichiamo che Pietro Leopoldo, poi imperatore d’Austria, appartiene a quel casato d’Asburgo-Lorena le cui armate andranno all’attacco di Livorno a metà Ottocento espugnandola dopo che i nostri tris-trisnonni si difesero disperatamente. Ma più di emzzo secolo secolo prima Pietro Leopoldo era stato un emblema di governo illuminato il Granducato settecentesco con l’impulso riformatore alle bonifiche di terre paludose e l’abolizione della pena di morte.
«Vogliamo far conoscere il nostro quartiere e la nostra città – dice Del Chicca – perché credo che Livorno abbia tutte le carte in regola per diventare una delle realtà turistiche principali della Toscana. Ma nessuno può immaginare quanti ostacoli sia necessario superare». Il riferimento, ad esempio, è al paradosso numero uno: «La proprietà è municipale, i soldi li mettiamo noi. Eppure c’è voluto un anno per riuscire ad arrivare alla convenzione, e l’abbiamo fatto grazie alla testardaggine dopo aver bussato all’Urp già nella legislatura precedente e ci siamo riusciti per la disponibilità individuale di qualche dirigente». Faccioli ricorda che c’è la possibilità di invitare all’inaugurazione l’ultimo discendente del casato, Sigismondo d’Asburgo Lorena: «Abbiamo dato all’assessore Simone Lenzi il recapito di questo esponente della dinastia lorenese, speriamo che si voglia dare a questo evento un rango regionale.
«Dalla cala qui dietro – dice Del Chicca – arrivavano i pellegrini da Altopascio e si imbarcavano per andare a compiere il cammino di Santiago de Compostela: abbiamo trovato una rivista di Pamplona che attesta il passaggio di pellegrini in arrivo qui da Venezia per prender nave verso la Spagna e verso Santiago. Mario Lupi aveva l’idea di far “certificare” questi nostri luoghi come la “via Francigena del mare”».
Lucia Niccolini è al lavoro su materiali d’archivio per ricostruire «la nostra storia dentro quella dei granduchi e del porto di Livorno che a quel tempo era il terzo porto di una Italia che non c’era ancora». Non manca una coincidenza col bisogno del porto di un ammodernamento infrastrutturale per il quale il granduca chiedeva investimenti alla famiglia. Con una annotazione curiosa: grandi potenzialità «per via della vocazione geografica» anche se – riassumiamola così – «dobbiamo forzare un po’ il carattere dei livornesi perché sono ribelli alle regole».
Ma il patrimonio che merita di esser conosciuto non sta soltanto dentro gli archivi o nel chiuso dei magazzini. A parte il lungomare che è uno spettacolo di per sé, a parte villa Henderson con il museo provinciale di via Roma 234 e villa Mimbelli con il museo Fattori che non hanno bisogno certo di presentazioni, occhi puntati anche su testimonianze minori come l’edicola della Madonnina di via Malta che «risale alla fine del Settecento» o all’ex sede della circoscrizione che «era un ospedale provvisorio durante le epidemie. Oppure a qualcosa che non c’è più: come il “Terrazzone”, «un fabbricato sei-settecentesco buttato giù nel ‘68» del quale si è favoleggiata a lungo (ma c’è chi giura sia vera…) l’esistenza di un corridoio sotterraneo di collegamento con la pieve.
C’è anche la Torretta dell’Accademia, la cui prima pietra è stata posta alla metà del Cinquecento: faceva parte – spiega l’architetto Gabriele Martelli, che ne cura il progetto così come per la statua di Pietro Leopoldo – del sistema di torri di avvistamento. È un bene vincolato di fatto, il restauro è reso possibile dal sostegno di Alberto Mazzoni. Sarà un intervento di ripulitura con restauro conservativo perché in riva al mare la corrosione del salmastro rende particolarmente esposta la torretta. —
Mauro Zucchelli
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