Il Tirreno

Livorno

La rabbia in vetrina «Ecco le mie spese per stare alle regole, Ora chi mi ripaga?»

Tommaso Silvi
La rabbia in vetrina «Ecco le mie spese per stare alle regole, Ora chi mi ripaga?»

La protesta di Andrea Scali, del Carolina Cafè in via Cairoli «Costretto a mettere quattro ragazzi in cassa integrazione»

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Tommaso Silvi / LIVORNO

Ci sono le chiacchiere. Le lamentele, le opinioni, le previsioni e le promesse.

E poi ci sono i numeri. Quelli restano. Non si discutono. Parlano chiaro. In alcuni casi, terribilmente chiaro. E c’è chi ha deciso di diffonderli. Mettendoli in vetrina. Nel vero senso della parola. Sparandoli in faccia alla gente. Un grido di rabbia e disperazione lanciato nel cuore della città. Baristi e ristoratori domenica scorsa hanno masticato nuovamente amaro davanti alla tv, quando il premier, Giuseppe Conte, ha annunciato l’obbligo di chiusura alle 18 per tutti. Dopo il lockdown di marzo, un’altra mazzata.

«Noi alle 18 iniziavamo a lavorare sul serio. Gli incassi sono già crollati del 75%. Non capisco come mai ci abbiano imposto la chiusura, rispettiamo tutte le regole. Bar e ristoranti sono sicuri, ci siamo attrezzati. Qui il virus non si prende». Andrea Scali è il titolare del Carolina Cafè. Il locale si trova in via Cairoli e da quasi dieci anni punta praticamente tutto sugli aperitivi. «Facciamo anche i pranzi di lavoro – spiega Scali – ma la nostra forza è la serata, diciamo dalle 18 alle 21».

Dopo l’annuncio del presidente del consiglio, Andrea ha deciso di dare sfogo alla sua frustrazione. E ha iniziato a scrivere. Su un cartellone ha annotato tutte le spese effettuate per adeguarsi alle norme anti-virus. Poi ha tappezzato la vetrina del locale. Tutti, passando davanti al Carolina, hanno potuto vedere quanto è costato il Covid al titolare dell’attività. Ci sono 250 euro per la sanificazione dei locali, 1180 euro per la macchina all’ozono per igienizzare l’ambiente, 950 euro di divisori in plexiglass, 900 euro per mascherine, gel e altri prodotti necessari in tempo di pandemia, oltre a 300 euro al mese di spese aggiuntive per sanificazioni. Il totale è di 3580 euro.

Poi uno slogan. Anzi, il grido disperato di chi si sente preso in giro. «Ora devo chiudere? – scrive Scali – Allora me li rendi». Il messaggio è indirizzato allo Stato. E la situazione del proprietario del Carolina è critica. «Devo pagare l’affitto e non so come fare. Quattro dipendenti – racconta – li ho messi in cassa integrazione. Il governo promette soldi alle categorie penalizzate, ma a me non interessa il 60% di credito d’imposta sull’affitto, perché resta comunque una spesa da affrontare. Che ci vada lo Stato dal titolare del fondo a versare la quota. Questo sarebbe un sostegno vero».

La storia di Andrea Scali è quella di tanti colleghi ridotti nelle solite condizioni. Madri e padri di famiglia che vedono il futuro nero. Che non riescono a comprendere la logica delle restrizioni del governo. Piccoli imprenditori che hanno passato le notti a sistemare il loro locale, stando attenti a distanziare i tavoli, riempire ogni sala di distributori di gel igienizzante, tappezzare le stanze di cartelli che invitano i clienti a rispettare le norme anti-contagio.

«Tutto questo per cosa? Per chiudere di nuovo. È assurdo», dice Scali. E oltre alla disperazione personale per la paura di vedere svanire per sempre il lavoro di una vita, c’è il peso enorme di dover dare brutte notizie ai dipendenti.

«Ho quattro ragazzi che lavorano qui che sono eccezionali – dice il titolare del Carolina Cafè –, lavorano bene e sono ragazzi con tanta voglia di fare. A loro voglio bene, perché mandano avanti il bar come se fosse loro. A queste persone io ho dovuto comunicare che da oggi (ieri per chi legge, ndr)sono in cassa integrazione. Riscuoteranno alcune centinaia di euro, e chissà quando le prenderanno. Ci stanno togliendo tutto. La gente lo deve sapere. Stiamo facendo l’impossibile per non mollare, ma inizia ad essere davvero dura». —

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