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il processo 

Telecamera nel locale docce condannato un allenatore

pierluigi sposato
Telecamera nel locale docce condannato un allenatore

Otto mesi per aver cercato di procurarsi immagini pedopornografiche La difesa: voleva solamente scoprire chi dei ragazzi fumava negli spogliatoi

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LIVORNO

Otto mesi, uno in meno rispetto alle richieste del pubblico ministero Anna Pensabene. E soltanto per l’installazione della telecamera nel locale docce dello spogliatoio della palestra, che sarebbe stata finalizzata a procurarsi (il reato è comunque definito come tentato) immagini pornografiche. Assoluzione piena invece, come del resto anche da richieste dell’accusa, per il reato di detenzione di materiale pedopornografico.

Alle 14, dopo qualche minuto di camera di consiglio, il giudice Adolfo Di Zenzo è tornato in aula per leggere il dispositivo che condanna il giovane allenatore di basket, 28 anni, che per la sua professione gravitava tra la Maremma e Livorno. Lo condanna anche al pagamento in favore delle parti civili, cioè i genitori di alcuni dei ragazzi interessati, anche se le cifre dovranno essere stabilite dal giudice civile: al momento, sono state riconosciute solamente le spese, duemila euro per ciascuna parte. Cinque le famiglie che si erano costituite: due assistite dall’avvocato Matteo Pollastrini, una dall’avvocata Cecilia Dragotta, una dall’avvocato Guido De Pasquale, una dall’avvocata Eloisa Viggiani. Il processo si è svolto a porte chiuse. Anche la lettura del dispositivo è avvenuto in questa modalità.

Presente comunque l’imputato, che ieri mattina ha reso dichiarazioni davanti al giudice. Ha spiegato, in sostanza, che non aveva alcuna intenzione di riprendere quei ragazzi e che aveva soltanto verificato la possibilità di posizionare la telecamera con lo scopo di poter scoprire gli atleti che avrebbero fumato negli spogliatoi. Aveva messo la videocamera e poi, richiamato altrove, se ne era dimenticato; o comunque erano arrivati prima i ragazzi che stavano scherzando tra di loro prima dell’allenamento e avevano visto l’apparecchio (che era in modalità registrazione) e avevano chiamato le mamme che sostavano fuori dalla palestra per riferire la scoperta. Questa è stata di fatto la ricostruzione del difensore dell’allenatore, l’avvocato Giuseppe Nicosia, che si è speso a lungo per dimostrare che il reato contestato, cioè quello del tentativo di ripresa, non aveva motivo di esistere. A maggior ragione per quello relativo al possesso delle numerose foto e dei diversi video con minorenni, in atteggiamenti sessuali, che sarebbero stati contenuti nel computer trovato a casa dell’imputato, in città. Erano stati visionati anche tre cellulari e un hard disk esterno, tutto il materiale era stato consegnato ai carabinieri dal padre, nella casa in cui abitava anche il giovane.

I fatti contestati risalivano al gennaio 2018 (la scoperta in palestra della telecamera) e al marzo successivo (il computer e le altre apparecchiature sequestrate in casa). Ai primi di marzo i carabinieri avevano sequestrato la telecamera Canon che fino a quel momento era rimasta custodita in un armadietto della società sportiva, comprese la batteria e la scheda di memoria.

L’apparecchio, come ricostruito dalle mamme, era stato trovato sul termosifone del locale docce, avvolta in una maglietta bianca da gioco. L’allenatore era stato identificato dalla stessa visione delle prime immagini registrate, perché lo si vede verificare l’inquadratura. —



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di Redazione web