Il Tirreno

Livorno

Il vescovo benedice l’amico Michele l’ingegnere col cuore di musicista

Mauro Zucchelli
Il vescovo benedice l’amico Michele l’ingegnere col cuore di musicista

I funerali di Caturegli in Banditella: l’amarcord di Giusti dedicato alla gioventù e al tastierista di quella band  

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Mauro Zucchelli / Livorno

L’ingegner Michele Caturegli – morto a 71 anni, dopo una lunga malattia – è stato progettista, direttore di lavori, responsabile del braccio operativo di un Comune e di un’ex municipalizzata: una sfilza di progetti e appalti che hanno ridisegnato il puzzle del territorio. Eppure, al funerale dentro la chiesa di Santa Lucia colma di gente, la predica del vescovo Simone Giusti – che a Cascine di Buti era amico di Caturegli quando erano poco più che ragazzi insieme – fissa lo sguardo sulla musica: sulla capacità di essere «linguaggio universale come l’amore», su «quell’aria di Bach che ti piaceva tanto».

Eccoci al capolinea: prima di essere tumulato domani al cimitero di Antignano, la bara è davanti all’altare e al Crocifisso e Giusti si rivolge all’amico di sempre: «Hai composto e suonato la sinfonia della tua vita, essa è terminata ma come tutta la musica essa non conosce la fine». E aggiunge: «Tua figlia Chiara suona, e te lo dico con tutto l’affetto possibile, meglio di te che qualche impuntatura all’organo di Cascine di Buti ogni tanto la facevi».

Un elogio funebre fuori tema? In realtà, la sorpresa è unicamente per chi conosceva Michele Caturegli solo dal lato del curriculum Linkedin. Giusti ricorda i loro anni giovanili in parrocchia a Cascine di Buti: Michele che guida il coro in chiesa «e ci insegna i canti dell’allora sconosciuto Kiko Arguello, fondatore del Cammino neocatecumenale». E poi l’amarcord della band paesana dei Fortuna Globus: come dimenticarsi del tastierista (Caturegli), «insieme alla Poldina, al Tamberi, al Franceschini e al Buti»…

Fra i banchi della chiesa di Banditella il sindaco Luca Salvetti e il suo collega Alessio Lari che amministra Buti, il paese d’origine della famiglia Caturegli. Poi: l’ex presidente della Provincia Claudio Frontera, l’ex assessore Alfio Baldi e l’ex consigliere M5s Corrado La Fauci, l’ex presidente di Confetra e dell’Authority Nereo Marcucci, il mondo dell’Asa (col presidente Stefano Taddia e l’ex Fabio Del Nista, con Mirko Brilli, Michele Del Corso, Pasquale Lamberti, Barbara La Comba, Marco Mori e molti altri) più una folta rappresentanza di colleghi ingegneri (fra i quali, ad esempio, Giovanni Motta, Umberto Campana, Andrea Cecconi, Renato Butta, Paolo Domenici).

“Quale gioia mi dissero” e poi “Eccomi”: sono questi i canti liturgici con cui apre la liturgia il coro Don Fedele Luzzi del santuario di Montenero di cui Chiara, la figlia di Michele, è parte come voce bianca e violinista. Del resto, come dice monsignor Giusti, «caro Michele, ti voglio ricordare con il volto estasiato, in chiesa a Montenero, quando suonava il violino la tua bimba».

L’accento posto sulla musica diventa, nell’omelia di Giusti, la chiave di lettura d’una vita: il rigore nell’esecuzione e la fedeltà allo spartito – dice il vescovo – sono simili nella musica come nel lavoro di ingegnere. «A volte eri più Bach che Vivaldi, più tedesco che italiano: ma te lo dico come apprezzamento, non tanto come rimprovero».

Nella liturgia il brano del Vangelo è quello del “discorso della montagna”: le beatitudini che sono l’enunciazione programmatica che vale come bussola della vita, a cominciare da «beati quanti sono nella sofferenza perché saranno consolati / beati i miti perché erediteranno la Terra». Fra le preghiere dei fdeli il vescovo ne aggiungerà una che è un auspicio anche civile: il fatto che non si ripetano più situazioni come quella all’Attias...

Il vescovo prende la passione di Caturegli (e della figlia) per la musica per tirarla fuori dalla dimensione solo individuale e farne un orizzonte collettivo. Lo dice cogliendo al balzo i concetti di Alfred Tomatis, uomo di scienza che si è occupato di suono e orecchio con teorie anche eterodosse: ma Giusti non è un epistemologo bensì un pastore di anime, e se riprende queste teorie – il Big Bang all’inizio dell’universo è una vibrazione, praticamente una musica – per parlare dell’amore come «musica primordiale creatrice», una forma di energia che muove il mondo. Tradotto: non siamo persone che «vengono dal nulla e nel nulla finiscono». Ribaltando un vecchio motto anticlericale, «quel che non esiste è semmai il nulla», e la matematica ci racconta che «là dove qualcuno pensa regni il caso invece c’è l’ordine della legge delle probabilità». —



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