Il Tirreno

Livorno

aveva 71 anni 

Addio all’ingegner Michele Caturegli I suoi lavori hanno cambiato la città

Mauro zucchelli

Aveva guidato il settore tecnico del Comune e diretto l’Asa nell’espansione fuori da Livorno Era stato il responsabile del dragaggio delle teste di Modì nei Fossi nel 1984. Oggi i funerali alle 15,30

5 MINUTI DI LETTURA





il ricordo

Ieri mattina alle 9 si è spento nella sua casa di Ardenza, dopo una lunga malattia, l’ingegner Michele Caturegli: aveva 71 anni, aveva guidato gli uffici tecnici del Comune e l’Asa.

«Ora che arriva il centenario di Modigliani salterà fuori tutto l'ambaradan della burla delle false teste e torneremo a far finta di fare buon viso a cattivo gioco. Ma io c'ero, anzi l'ho inventata io quella benna che affondava i denti nelle acque del Fosso Reale a caccia delle sculture». Michele Caturegli l’avevo incrociato accanto all'edicola di piazza Cappiello, un passo e mezzo da casa sua: «Devi venire dieci minuti su da me, devo farti vedere una cosa». E poi: «Non ho più molto tempo». Detto così, senza vittimismi né drammi, come se avesse parlato di un impegno urgente e invece sapevamo tutti e due che era la vita che se ne andava e forse il pezzo di Brahms non sarebbe arrivato in fondo. «Ma prima lo racconto al mio giornale, alla mia città, alla mia gente».

iltestamento di una vita

In realtà, le cose da far vedere non erano «una» ma una infinità, i «dieci minuti» manca poco che diventassero dieci ore e in casa sua ero tornato almeno quattro volte. Era il suo testamento da vivo: doveva consegnarmi non solo la sua verità sull' “affaire Modì” ma un'idea del mondo, il bilancio di una vita, il bisogno di veder correggere le sviste del dibattito pubblico che all'esattezza da ingegnere sembravano inaccettabili. L’incazzatura di una persona per bene che aveva il coraggio testardo della mitezza.

Adesso che se n'è andato per sempre – camera ardente al cimitero della Misericordia, i funerali oggi alle 15,30 nella chiesa di Banditella – bisogna riaprire il taccuino di quei colloqui di cui Il Tirreno ha dato conto esattamente un anno fa: sapeva bene che la malattia l’avrebbe costretto presto a fare l'ultima valigia, invece del furore cieco o della rassegnazione cupa eccolo lì con la forza morale di lasciare una testimonianza alla sua città. Segno che il male non l'aveva imprigionato: ne parlava senza reticenze ma senza l'ossessione di parametri e acciacchi.

I progetti realizzati

D’altronde, lui non si era fatto imprigionare nemmeno da quella storia dei falsi capolavori recuperati nei Fossi. Livorno deve a lui (e a altri tecnici): 1) un sistema fognario che ce la fa ancora oggi a salvare il mare nostrum dall’inquinamento di un mix di un agglomerato da 160mila abitanti, un grosso porto e parecchie industrie; 2) l’urbanizzazione di Porta a Terra (che non sarà Piazza del Campo ma fortunatamente non sembra il solito non-luogo d’una Brianza infinita); 3) il (faticoso) completamento del nuovo palasport; 4) l’attuale look di piazza Magenta e piazza della Repubblica); 5) il risanamento dei fossi mediante il ricircolo d’acqua dalla centrale Enel; 6) il piano di recupero che ha rifatto il volto di Corea; 7) la valorizzazione del Cisternone.

Eppure la beffa nel segno di Modigliani l'aveva marcato: anche perché aveva tanti dubbi che fosse solo una beffa. Mica che fosse un complottista inzuppato di dietrologie ma si rendeva conto di essere uno dei pochissimi ad avere, a quasi 40 anni da quei giorni, la chiave per capire un reticolo di indizi. Ne ritroverà traccia nel libro di Daria Mondini e Claudio Loiodice, giornalista Tg1 lei e ex 007 lui, in cui il suo nome compare sette volte.

un sordo rammarico

Nell’autunno precedente, in tutte quelle ore davanti al taccuino del Tirreno aveva raccontato un sordo rammarico covato troppo a lungo. Che errore – diceva – essersi ingegnato a inventare una soluzione a basso costo che rendesse possibile dragare i fossi: «È quel che ha reso possibile questo maledetto casino». La Soprintendenza aveva già detto stop a qualunque metodologia che potesse rompere eventuali sculture: con i sensori e l’elettronica di adesso ci riuscirebbe forse un ragazzo dell’Iti ma nel 1984 alla ruspa da mettere sulla chiatta bisognava trasformare i “denti” con gomma, plastica, fine corsa, distanziali. Artigianato, insomma.

Il rimpianto di non essersi accorto dei «tanti “serpenti” attorno a quel dragaggio»: aveva risposto alla Capitaneria che non c’erano problemi di staticità delle spallette dei Fossi, non aveva intuito in tempo di esser finito sul ring di uno scontro durissimo fra pesi massimi, e in palio c’era la conquista del mercato delle “expertise” per poter dire cos’è buono e cos’è falso in un mercato impazzito in cui ciascuna opera viene battuta all’asta a suon di milioni. C’erano i “serpenti” ma c’era anche tanta gente abituata a non aver nulla che si ritrovava per un giorno con la Grande Tv all’uscio di casa e la sensazione di essere importanti: figurarsi – aveva raccontato – che «quando videro che la “testa” la stavamo mettendo a bordo di un’auto targata Pisa uno sciame di motorini andò a bloccarla, avevano paura di vedersi portar via quella cosa che non sapevano nemmeno cosa fosse ma di sicuro era importante».

nel corridoio la burla-story

Quelle chiacchierate-testamento erano inframmezzate dai riferimenti alla figlia Chiara e alla moglie Cristina: le cure erano il modo per strappare un giorno in più, una vacanza in più da passare con loro. Alle pareti la sua galleria d’arte, compresa la fase d’un surrealismo un po’ lunare un po’ biologico. Ma anche qualcos’altro: davanti alla porta di casa, la locandina della mostra di Modì a Villa Maria; nel corridoio, una carrellata di prime pagine del Tirreno dedicate ai giorni delle false teste; nel salotto, un enorme faldone con tutto l’immaginabile possa esser stato scritto sulla burla-story. Con un doppio retropensiero: più che una burla è stata una sberla alla città (che poi si è acconciata a trasformarla in arte dell’ironia per sentire meno dolore); e casomai burla fosse stata, innocente proprio no.

Era entrato con Nannipieri sindaco

Però sarebbe sciocco rinchiudere in quel fotogramma di quasi 40 anni fa l’intera vita di Caturegli anche solo dal punto di vista professionale. Era entrato in Comune nel ’77 negli anni di Alì Nannipieri sindaco fino a diventare ingegnere capo di Palazzo Civico, salvo un passaggio nella dirigenza tecnica di Asa negli anni ’90, poi il rientro il Comune nel ’99 e dopo cinque anni di nuovo all’Asa come direttore. In effetti, è proprio l’ex municipalizzata a ricordarne la capacità di guidare la modernizzazione, l’ingresso del socio privato e la crescita da piccola azienda locale a grossa realtà estesa su tre province. Nell’ultimissimo tratto della sua parabola aveva messo sul tavolo due cose. L’una, operativa: l’idea di spostare il Rivellino in zona via Enriques per liberare da un impianto tanto necessario quanto ingombrante il cuore antico della città. L’altra, simbolica: intitolare piazza Civica a Amedeo Modigliani. —



© RIPRODUZIONE RISERVATA

LEGGI L’INTERVISTA SUL DRAGAGGIO DELLE TESTE DI MODÌ NEI FOSSI

su www.iltirreno.it

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web