Gioco
Partorisce e scopre il tumore nascosto dal feto salvata a 33 anni dopo un intervento d’urgenza
I sintomi sono apparsi all’ottavo mese ma dalle ecografie non era emerso nulla. «Dall’appendice il cancro si era allargato a ovaie e intestino»
LA STORIA
La dolce attesa proseguiva serena e carica di sogni. Il secondo figlio in arrivo, la nuova cameretta , la gioia di completare la famiglia. Ma insieme al feto, nascosto dal feto, cresceva anche il tumore.
Lea, 33 anni, infermiera in una clinica privata, non si è accorta di niente fino all’ottavo mese di gravidanza. «Stavo bene», racconta. Poi d’improvviso sono comparsi dolori fortissimi. «Un male atroce, non respiravo, ero piegata in due», ricorda. «Mi hanno portato al pronto soccorso, poi in Ginecologia. Dopo 4 giorni di esami mi hanno detto che dovevano indurre il parto. Poi quando mio figlio è nato hanno scoperto il tumore: era partito dall’appendice ed era andato in metastasi prendendo anche le ovaie, il peritoneo, una parte dell’intestino».
«Se non fossi andata in ospedale quel giorno di fine giugno, oggi non sarei qui a raccontare questa storia», dice Lea, che questa settimana ha iniziato il primo ciclo di chemioterapia.
La sua storia è una storia di angoscia e di speranza. «Una delle più drammatiche che ho conosciuto qui a Livorno - racconta il primario di Ginecologia e Ostetricia, Sergio Abate -: una mamma che si trova a scoprire un cancro dopo aver partorito, con un bambino di sei anni e uno appena dato alla luce».
È una storia di efficienza e di buona sanità: perché in venti giorni, da quando sono comparsi i dolori, all’ottavo padiglione sono avvenuti in sequenza il parto, la diagnosi tumorale e l’intervento chirurgico di demolizione degli organi malati.
È anche una storia di ringraziamenti: «Sono stata un mese ricoverata, prima per il parto poi per l’intervento - ricorda Lea -. Avevo un bimbo di sei anni a casa, l’hanno fatto entrare, gli hanno fatto vedere il fratellino che era in terapia intensiva. In Neonatologia poi sono stati formidabili: il piccolino era pronto per uscire, io no. E l’hanno tenuto in reparto, in attesa della sua mamma».
La storia di Lea inizia a settembre 2019. Ancora non è neanche incinta. Ha dei dolori, viene ricoverata a Pisa con un sospetto di infezione pelvica. Ma il problema passa e sembra superato. Poi arriva il concepimento. La fine del tempo è prevista per la metà di agosto. E i mesi scorrono bene, senza problemi. Le ecografie non mostrano alcuna anomalia, gli altri esami previsti durante la gravidanza pure.
«Quando è venuta da noi con quei dolori e quella pancia, abbiamo ipotizzato il riacutizzarsi dell’infezione alle tube - spiega Abate -. Abbiamo iniziato subito con l’antibiotico, ma dopo due, tre giorni non c’erano risposte. E abbiamo deciso che era importante tirar fuori il bambino, che rischiava la sepsi, inducendo il parto».
L’ipotesi del tumore ha iniziato a farsi largo. «Ma era un’ipotesi secondaria, perché il tumore all’appendice è molto raro, ancor più in gravidanza», continua il primario.
Anche il parto è stato drammatico. «Quando il bimbo è nato non respirava, era in forte sofferenza - ricorda Lea -. Io e mio marito abbiamo visto che ce l’hanno preso e in tre secondi l’hanno portato via. Stavano andando a rianimarlo. La paura che abbiamo vissuto nel non sentirlo piangere è indescrivibile: d’un tratto sono spariti tutti col bambino, abbiamo temuto il peggio. Dopo poco il primario Abate è venuto da noi, per tranquillizzarci. Ma eravamo tesi, terrorizzati. Allora è salito al piano di sopra, a Neonatologia, ed è tornato da noi mostrandoci le foto di nostro figlio, roseo, che piangeva. È stato un gesto che non dimenticherò mai».
Ma il calvario di Lea e della sua famiglia era appena all’inizio. «Dopo il parto sono iniziati gli esami ed è stato scoperto il tumore all’appendice che si era espanso in tanta parte dell’addome - racconta la 33enne -. Avevo un’ovaia di 20 e una di 13 centimetri. Una settimana dopo mi hanno portato in sala operatoria: mi hanno operato il dottor Stefano Masoni e la dottoressa Giulia Zanca insieme ad un chirurgo della Chirurgia Generale. Anche Masoni è stato fantastico. Una domenica mattina è venuto al 6° padiglione dove ero stata ricoverata dopo l’intervento e mi ha detto “Lea, ora torni a casa” e mi ha fatto tornare in Ginecologia, dove mi hanno davvero trattato come in famiglia: voglio ricordare tutte le ostetriche, Martina, Maria Assunta, Silvia, la caposala Paola Favuzzi, che mi aveva autorizzato ad andare al parchetto sotto il reparto per incontrare mio figlio di 6, che ha sempre agevolato la mia permanenza. Se sono qui a raccontare questa storia e ho ancora la forza di lottare è anche grazie a tutte loro».
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