Il Tirreno

Livorno

le sfide sui campetti 

«Ma calcetto e gabbione no, lasciateci divertire Il rischio contagio è altrove»

Flavio Lombardi

I dubbi (e i mugugni) degli appassionati della partitella fra amici: nel mirino l’intenzione del governo che col nuovo dpcm vuol fermare i match amatoriali 

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/ Livorno

Per adesso c’è una volontà politica e l’intenzione del premier Giuseppe Conte di varare nelle prossime ore le regole della nuova fase dell’emergenza Covid. Nel mirino, come già anticipato, gli sport da contatto a livello amatoriale. Dalla partitella di basket sul campetto di periferia o del parco pubblico, alle partite di calcetto, che nella nostra città, significa semaforo rosso anche per il gabbione. Insomma, lunedi 12 ottobre rischia di finire sugli annali come il giorno nero per tanti appassionati.

Secondo il comitato tecnico scientifico, il virus si trasmette con le particelle di saliva espulse col respiro e che aumentano durante l’attività fisica, sulla stessa linea anche il ministro della salute Roberto Speranza. Giudicato quindi impossibile praticare sport che non garantiscano distanza di sicurezza. Sia all'aperto, sia al chiuso. Ma c’è chi può dormire tranquillo. Come per esempio, chi va al circolo e gioca a tennis perché, come chi fa footing, garantisce distanza di sicurezza.

Cinque personaggi sono stati interpellati dal Tirreno, tutti praticanti di calcetto e gabbione, per sapere cosa pensano se chiusura sarà. Dallo sportivo ed allenatore Paolo Stringara, a quattro conosciutissimi volti del mondo politico e imprenditoriale: Pasquale Lamberti, Gianluca Mannucchi, Gionata Giubbilei e Claudio Bartoli.

«Il mio timore – attacca subito Stringara, che gioca in Coteto a calcetto e al Piancastelli nel gabbione – è che, di fronte a una tale eventualità, mi venga preclusa anche la possibilità di andare in carcere e continuare gli allenamenti con la mia squadra di detenuti».

E dopo il “liberi tutti”...

Dal pensiero che guarda l’aspetto sociale e di puro volontariato, l’ex centrocampista dell’Inter e mister del Livorno prosegue. «Prima di bloccare queste cose, avrebbero fatto bene a controllare che le regole fossero rispettate dentro tanti locali. Tutti abbracciati, senza mascherine. Ma si fanno le cose così, senza vie di mezzo. Dal “tutti fermi” al “liberi tutti” ed ora a bloccare certe attività sportive pensando di inseguire la speranza di abbassare di nuovo il numero di contagi».

È un allenatore e dalle sue parole è come se volesse dire che la squadra deve avere degli equilibri. Se la componi tutta di trequartisti, centravanti ed ali, senza pensare ai difensori, mettere dentro poi Gentile e Baresi quando sei sotto di una rete alla fine del primo tempo, non è detto che quella partita tu la perda, ma è facile dedurre che quel gol subìto forse non lo avresti preso, dando anche l’illusione all’avversario di poter vincere la partita.

«Non vorrei sbagliare, ma temo pure una nuova e totale chiusura». Stringara va avanti. «Giocando a calcetto all’aperto, che rischi si corre? E che grande differenza c’è con la corsa lungomare dove incroci in senso contrario un altro che sbuffa con affanno? Ci vedo un po’ di schizofrenia, dettata dal troppo lassismo».

«Non è la risposta più giusta»

Non ha dubbi Lamberti, ex calciatore, dirigente Asa e della Pallacanestro Livorno, anche lui praticante di calcetto e gabbione («al Picchi gabbione, per il calcetto vado in Coteto», un campionato vero e proprio nello “sport” made in Livorno). «Siamo in milioni a praticare, non voglio certo dire che gli esperti sbaglino ma non credo che questa sia la risposta più giusta per affrontare il Covid. Non vedo come una superficie di un campetto possa essere il posto dove si trasmette il virus. Credo sia più facile si contragga osservando certi aspetti della socialità. Che non vuol dire chiudere pub, bar, ristoranti, rendere deserte le piazze. Inattaccabile sentirsi dire di non stare a contatto, ma diventa una ipocrisia se non mi fai giocare a calcio e permetti l’aperitivo con persone l’una sopra l’altra. Anche quelle sono situazioni che vanno vissute con responsabilità. Perché anch’io ci vado, magari ad un orario in cui non ci trovo troppa gente, sto comunque a distanza perché penso che a casa ho anche due figli piccoli. Non si dovrebbe vietare nulla, ma si dovrebbe controllare di più. Il controsenso? Magari con quegli amici con cui non posso andare a farmi la partitella, ci posso andare a fare lo spritz…».

«che errore questo stop»

«Un grosso errore stoppare lo sport amatoriale», esordisce Mannucchi, contitolare del ristorante Le Guglie, “malato” cronico di calcetto. «In tanti si mantengono in forma con attività ricreative ed hanno un’età che li rende anche molto responsabili per sé e anche nei confronti degli altri. Il contatto è davvero limitato, basterebbe far osservare certi protocolli, come il distanziamento negli spogliatoi, docce comprese. Sarebbe meglio monitorare altro, e fare sempre molta attenzione in qualsiasi situazione. Non scordiamo infine che personalmente posso anche rinunciare per un anno ad andare a giocare, ma le strutture sportive mantengono il lavoro di tante persone. Una chiusura metterebbe in ginocchio un comparto importantissimo. La ricetta? Equilibrio fra spauracchio e convivenza».

Giubbilei, ex consigliere comunale e consulente nello studio legale di famiglia, è un altro livornese fedele alla tradizione pallonara con gli amici, alternandosi fra Piancastelli e Salesiani, tirando calci tre volte a settimana. «Nessuna risposta di ordine sanitario, tuttavia mi sembra un eccesso nei confronti di chi vuol fare sport all’aria aperta. Avrebbero potuto pensare ad altre soluzioni. Come per esempio, obbligo di arrivare già vestiti per giocare e andare a fare la doccia a casa come migliaia di volte facevamo da ragazzini. Attenzione ai danni economici…».

Chiude l’imprenditore portuale Bartoli, quattro volte alla settimana in maglia e pantaloncini e chi perde la partita in notturna paga la cena («si gioca al Sama ora la domenica mattina, il martedì in Corea, il giovedì al Piancastelli e il venerdì al Picchi»). Lui è contrario: «Molti fra coloro che saranno colpiti dal provvedimento non sono giovanissimi: tutta gente che si mantiene in forma proprio con la pratica amatoriale. Mi tolgono il calcetto? Andrò a correre lungomare… Chiudere sarebbe un delitto, non ci tocchiamo neppure, ci guardiamo a distanza, ormai non abbiamo più la “garra” di quando eravamo giovani. Comunque, se credono che porti dei vantaggi veri, giusto così anche se qualche dubbio ce l’ho. Parlo da imprenditore che deve pensare a 56 stipendi e qualche struttura rischia di chiudere per sempre». —

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