Il Tirreno

Livorno

la storia

«Sembra che una nave abbia fatto naufragio». Saimir pesca infradito e giocattoli dal mare davanti ai Pancaldi

Tommaso Silvi
Saimir Dashi mentre "pesca" tra i resti della mareggiata (foto Volpini)
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Saimir Dashi mentre "pesca" tra i resti della mareggiata (foto Volpini)

Lo spazzino volontario raduna al moletto di San Jacopo tutto ciò che è finito in mare insieme alle cabine di legno dei Pancaldi

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LIVORNO. Il sole si alza in cielo e Livorno inizia la sua battaglia. Fatta di maschera e boccaglio, canottiere rosse, braccia che entrano nell’acqua e tirano fuori di tutto. Inizia una nuova giornata e il mare cambia espressione. Meno inferocito, più docile, come un drago che piano piano rientra nella sua tana dopo aver sputato fuoco. Il rumore dei colpi di martello si mischia alla schiuma causata da ciò che resta della furia delle onde. Il lungomare si riempie di gente. Da una parte chi guarda. Sbalordito, triste, con gli occhi che si perdono nel vuoto. Dall’altra chi lavora. Con gli occhiali da sole incastrati in volti che grondano di sudore, tra una sigaretta fumata alla svelta e una battuta per sdrammatizzare. «Sembra che una nave abbia fatto naufragio».

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È un sabato mattina di fine estate. È il giorno dopo la tempesta. Venerdì il libeccio ha soffiato fino a 90 chilometri all’ora. Il vento forte a Livorno non è una novità. La gente di mare sa bene cosa vuol dire quando il salmastro finisce sparato sulla pelle mischiato agli spruzzi d’acqua salata. Ma venerdì è stato diverso. Le raffiche non hanno seguito un andamento lineare. Hanno cambiato direzione di frequente. Libeccio, poi ponente. Poi ancora libeccio. Uno strano “capriccio” del tempo che ha creato una situazione anomala. Roba che non si vedeva da oltre 40 anni. Lo dice chi sul mare ci vive. Una tempesta come tante, per molti versi. Unica, però, per la sua potenza distruttiva. La forza della natura non conosce simboli. E quando si sprigiona prende tutto. Anche i Bagni Pancaldi, pietra miliare della livornesità. Una di quelle cose per cui Livorno è Livorno.

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Lo stabilimento oggi è uno scheletro. Le cabine di legno sono state inghiottite dal mare. Quelle di tela, ora, fluttuano al vento. Il vento ha spezzato i sostegni. Al moletto di San Jacopo l’acqua è verde. Gli spogliatoi dei Pancaldi sono tutti qui. Sbriciolati e sballottati dalle onde. Accompagnati da asciugamani, palloni, ciabatte, sandali, infradito. Tutto ciò che era nelle cabine, ora è in mare. «Ne ho trovate altre due, tieni». Saimir Dashi è il volto della Livorno che si rialza. Nonostante tutto. Con coraggio. «Tutti guardano, fanno le foto. Ma nessuno si butta in acqua, e allora lo faccio io». Saimir è uno spazzino volontario. Ha preso parte a numerose iniziative a difesa dell’ambiente, anche prima della tempesta che ha devastato i Pancaldi. Ora raccoglie tutto ciò che le onde ha riversato in mare dalle cabine. Lui “pesca”, altri volontari raccolgono il materiale e lo posizionano davanti alla chiesa di San Jacopo. La gente passa, guarda.

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«Babbo, quelle sono le nostre cose», dice un bambino indicando un paio di infradito e un secchiello. Saimir li ha tolti dal mare. Insieme a una quantità indefinibile di tavole di legno. Sparisce tra le onde, poi riemerge. Con sé ha una sacca che riempie di ogni cosa che trova. Qualcuno lo ringrazia, altri lo riprendono col cellulare. Mentre a poca distanza, sulla piattaforma dei Pancaldi, si lavora a ritmo serrato per tornare alla normalità. Per cancellare gli effetti di quel “soffio” tremendo partito da sud-ovest. Tra martellate e immersioni nelle “macerie”. «È bello poter dare una mano. In mare di roba ce n’è davvero tanta. Le famiglie possono recuperare almeno una parte di ciò che avevano nelle cabine. Prendo ciò che riesco, provo a tenere pulito il mare. È importante», dice ancora Saimir. Il giorno dop o la tempesta sorge il sole. E con lui la voglia di lasciarsi tutto alle spalle.

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