Il Tirreno

Livorno

La versione della professoressa Bandini: «Questa scuola non potrà essere un ritorno a com’eravamo»

Mauro Zucchelli
La versione della professoressa Bandini: «Questa scuola non potrà essere un ritorno a com’eravamo»

La storica docente del liceo Enriques ha trascorso una vita nella trincea: costretti dall’emergenza Covid a rimettere la scuola al centro, non crediate che sia stata solo una parentesi

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LIVORNO. «Non fatevi l’idea che il coronaviorus sia stata solo una parentesi e che si possa tornare in classe come se nulla fosse accaduto. Sarà una sfida enorme, forse neanche la immaginiamo: eppure proprio per questo vorrei tornare indietro di qualche anno e poter essere anch’io fra i prof che saranno in cattedra». Laura Bandini l’insegnamento l’ha lasciato da un po’ ma l’imprinting di prof non te lo sciacqui di dosso sotto la doccia: non solo è stata a lungo insegnante (da Corea fino agli anni all’Enriques) ma ha avuto anche una lunga esperienza da vicesindaca e successivamente ha guidato l’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea (Istoreco).

C’era bisogno del Covid-19 per rimettere la scuola al centro del dibattito...

«Dobbiamo aver presente lo straordinario esperimento un po’ professionale un po’ antropologico che è stato il passaggio alla “didattica a distanza” nel giro di pochissimi giorni per la stragrande maggioranza dei docenti».

La “didattica a distanza” è stata molto criticata: ma un anno fa sarebbe sembrata fanta-scuola, tutt’al più una sperimentazione per pochi illuminati...

«Il punto è proprio questo: è stata una sperimentazione di massa. Ma ora la fase che si apre è un’altra: e non sarà semplicemente un ritorno al passato, semmai al futuro».

In che senso?

«Vi ricordo da cosa partiamo. Abbiamo avuto alle spalle un periodo di chiusura forzata in cui gli studenti sono rimasti rinchiusi in casa, in una convivenza forzata con i genitori, magari con padri quasi assenti, svegliandosi e andando a letto alle ore più assurde, mangiando all’inverosimile. Inutile dire che poi, quando sono state riaperte le porte di casa, è esplosa una frenesia inconsulta: non è capitato di rado che perfino fra adolescenti di 15-16 anni le normali regole di convivenza siano saltate, magari contando sulla “pazienza” delle forze dell’ordine».

Sono i ragazzi e le ragazze che ora dovrebbero tornare buonini buonini fra i banchi...

«Vengono da sei mesi di regole saltate, all’improvviso dovrebbero tornare disciplinati. Anzi, con un surplus di disciplina: devono stare attenti anche alle norme anti-contagio».

Davvero tutta colpa dei ragazzi?

«Qui non è questione di colpe, è il portato di una situazione che cambierà davvero il modo di fare didattica: anche perché sarebbe sciocco buttar via quel che si è imparato in termini di didattica a distanza. Soprattutto sul fronte dei recuperi».

Ecco che arriviamo a parlare degli adulti.

«Intanto, bisognerebbe domandarsi se le famiglie hanno accettato di arrendersi al fatto che un ragazzo di 15 anni rientri alle cinque. C’è anche qualcos’altro che mi inquieta e riguarda l’apparato ministeriale: aveva mesi per capire che avremmo avuto una forte iniezione di migliaia di nuovi prof che non vengono nemmeno fuori dai ranghi dei vecchi precari».

Il solito ginepraio delle beghe sindacali nella scuola...

«No, lo dico perché a questi insegnanti al debutto chiediamo di far fronte a una sfida complicatissima: non sarebbe stato meglio cominciare a pensarci un po’ prima? Ma non è la sola questione che questo periodo incredibile chiama in causa...».

Cos’altro?

«Quando ho iniziato a fare l’insegnante, c’era un gran discutere di scuola: eravamo nella scia di “Lettera a una professoressa” di don Milani, il dibattito non era una prerogativa degli specialisti».

Nostalgia canaglia...

«Vorrei semmai che tornasse quella voglia di discutere, di rimettere la scuola al centro: magari oggi ci sono bravi pedagogisti ma allora di scuola ne parlava anche il macellaio e l’impiegato del catasto, lo facevano perché sentivano la scuola anche come cosa loro, e volevano cambiarla».
 

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