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Didattica a distanza: grande risorsa o strumento fin troppo utilizzato? Ecco cosa ne pensano i prof Simeoni e Giannini
I due docenti hanno idee diferenti. Per Simeoni la dad è «utile e va unita alle lezioni dal vivo», per Giannini invece «servono emozioni ed entusiasmo»
LIVORNO. Didattica a distanza: sì o no? Ecco le opinioni (opposte) della professoressa Serenella Simeoni, docente a Rosignano e di Lamberto Giannini, professore livornese.
Simeoni: «Didattica online grande risorsa ora va unita alle lezioni dal vivo»
Per lei la Dad (Didattica a distanza) che le scuole hanno dovuto avviare in tutta fretta a marzo e portare avanti fino a giugno non è stata solo una dura prova, ma una occasione per approfondire la conoscenza di strumenti fino ad allora poco utilizzati da corpo docente e studenti che invece adesso possono rappresentare un supporto indispensabile per portare avanti il percorso educativo. La professoressa Serenella Simeoni, fino allo scorso mese di agosto ha ricoperto il ruolo di animatore digitale alle scuole medie Fattori di Rosignano Solvay. Nei mesi del lockdown e poi fino giugno, ha avuto il compito di gestire la Dad, facendo da trait d’union fra scuola, colleghi e famiglie e rispondendo alle perplessità di chi non aveva particolare dimestichezza con gli strumenti digitali. Simeoni elenca una serie di aspetti positivi della Dad. «Sicuramente - spiega - si è rivelata una grande risorsa per avere vicini i ragazzi, per continuare a tessere insieme la tela della formazione e proseguire il dialogo educativo. È stato uno strumento fondamentale». La prof, che insegna religione, sottolinea inoltre che la Dad è stata anche una occasione di apprendimento per il corpo insegnante. «Ci ha fatto mettere in gioco come docenti - spiega -, anche chi non aveva grosse conoscenze di tipo digitale si è attivato e interessato a questi nuovi strumenti. È stata una occasione di apprendimento per gli insegnanti».
Non solo, perché dovendo avere un confronto continuo su come portare avanti la nuova forma di didattica, «come insegnanti abbiamo lavorato molto insieme, prima di tutto per garantire la formazione del corpo docente stesso. Ci siamo confrontati tanto, è stata una occasione per interagire e venire magari a conoscenza di progetti e opportunità che altrimenti non sarebbero stati condivisi». Simeoni si augura che l’impegno profuso dalle scuole per prendere confidenza con la Dad non vada sprecato, che invece possa rappresentare una forma di percorso in continuità alle lezioni in presenza.«Adesso abbiamo questi strumenti - sottolinea - e potremo usarli non più nella forma della Dad, ma fare un passo ulteriore e preveder la didattica integrata. Faccio un esempio concreto: se un docente spiega un concetto, mettiamo il cuore, può utilizzare strumenti digitali fino alla realtà aumentata per integrare la spiegazione. Credo che, senza niente togliere alla didattica in presenza che resta fondamentale, con gli strumenti imparati grazie alla Dad si possa lavorare in modo più interattivo».
Certo la prof Simeoni, avendo avuto a che fare per mesi con la gestione delle lezioni on line si è resa conto che per garantire una attività didattica che integri lezioni in presenza e attività on line vanno risolti almeno due problemi. «Prima di tutto - dice - va superato il gap della Rete. Nel nostro comune, ad esempio, il collegamento internet non è così perfetto, chi sta a Gabbro ha difficoltà estreme a collegarsi. E poi c’è da fare i conti con la carenza di device: bisogna far sì che tutti gli studenti abbiano la strumentazione necessaria per avere accesso alla didattica on line. In questo senso le scuole si sono impegnate molto, comprando computer e fornendoli ai ragazzi, ma sarebbe necessario dare a tutti adeguati strumenti». Infine Simeoni sottolinea che la didattica a distanza non può rappresentare un modello educativo esclusivo: «Soprattutto alle scuole elementari e medie - termina -, ma in verità anche alle superiori, la relazione educativa necessita di presenza fisica. Penso al contatto visivo tra docenti e studenti, è fondamentale».
Giannini: «Basta, già troppe ore a distanza servono emozioni ed entusiasmo»
Nel 1951 il fisico-genio Albert Einstein aborriva l’idea che la scuola dovesse insegnare solo competenze “perché le esigenze della vita sono così tante e molteplici che è impossibile un insegnamento specializzato”. La scuola, invece, avrebbe dovuto avere sempre come fine quello che i giovani ne escano “con personalità armoniose, non ridotti a specialisti, con lo sviluppo dell’attitudine a pensare in piena autonomia”. All’epoca la parola “didattica a distanza” sarebbe suonata astrusa anche a lui che, eppure, di visione ne aveva. Ora, in un tempo così bizzarro per chi deve studiare, la modalità ragazzo-computer rischia di trasferire, ancora più che mai, solo nozioni cancellando le caratteristiche interiori dei bambini o dei ragazzi. Ne è convinto Lamberto Giannini, insegnante di storia e filosofia all’Enriques ma anche pedagogista e direttore della compagnia teatrale Mayor Von Frinzius. «La didattica a distanza ha un unico valore - dice in maniera nettissima Giannini - il “meglio che nulla” e anche in questo contesto “in tempi limitati”. Di questa ne hanno fatta già troppa. E ora basta ».
Giannini parte come se fosse sul palco con i suoi ragazzi del Mayor Von Frinzius: «Già da marzo era chiaro che la scuola sarebbe ripresa a settembre e di tempo ne è passato per attrezzarla in modo tale da evitare di rimettere i ragazzi a casa di fronte a un computer. Dove sono i banchi? E, in caso di peggioramento della situazione, dove sono le strutture alternative come palazzetti dello sport o tensostrutture all’aperto?». Dunque gli errori, e gravi, da parte del governo ci sono stati: «Siamo stati bravi a gestire l’emergenza sanitaria - va avanti Giannini - ma per la scuola no. Perché per la scuola si può sempre rimandare». E incalza ancora: «È follia che i bambini non trovino i giochi alla scuola d’infanzia , ci deve essere una capacità di interazione. Bisogna capire che la scuola è relazione pedagogica, e dovremo essere noi, insegnanti e studenti, a inventarci le soluzioni ». Anche perché i “tarli” che contiene la relazione tra lo studente e il computer nella cameretta di casa, sono già da tempo presenti nelle aule di molti istituti. «Per un certo periodo - spiega il professore - siamo andati avanti credendo che il modello anglosassone dei test con le crocette fosse vincente. Ma non c’è sviluppo del senso critico». Infatti esistono ancora i discussi test Invalsi (che è un istituto privato) dalle elementari alle medie che dovrebbero valutare la preparazione degli studenti. E lui, che ha creato una compagnia con metà attori disabili, ribadisce che questo sistema delle “multiscelte” si basa «sull’apologia dell’omologazione, mentre invece le intelligenze sono diverse e si arriva alla conoscenza in tempi e modi diversi».
In più la tendenza è quella di «portare i ragazzi fuori dalle aule, di farli partecipare come truppe cammellate a iniziative extrascolastiche che servono a qualcuno». Non è così che si insegna: «La scuola deve tornare a fare lezione - dice - deve entusiasmare, ci vuole la didattica della dialettica tra docente e studente». E i professori hanno bisogno di formazione sull’intelligenza emotiva, sulla capacità di leggere queste benedette (nel senso letterale) emozioni. Un docente, e Giannini cita Umberto Galimberti, dovrebbe essere scelto per questo. Per vedere quali talenti portano i piccoli involucri di donne e di uomini. Questo è il primo Bisogno (sì con la B maiuscola) della scuola, sottolinea il prof regista. Un pensiero che sta diventando universale tanto che anche il Dalai Lama promuove un progetto (Social, Emotional, and Ethical learning) sull’educazione del cuore per la consapevolezza degli studenti rispetto a emozioni e sensazioni. L’antinomìa della “Dad”.
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