Il Tirreno

Livorno

montenero: nel decennale della morte 

«Ablondi è stato un profeta, la sua eredità porterà frutto»

«Ablondi è stato un profeta, la sua eredità porterà frutto»

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«La memoria del vescovo Alberto Ablondi ci aiuti a non darci mai per rassegnati, a resistere alla tentazione dell’“ormai” per essere infaticabili cercatori e costruttori, nella Chiesa e nella società di oggi, della bellezza dell’“andare oltre”». È l’invito che arriva dal prof. Emanuele Rossi, costituzionalista, presidente dell’associazione intitolata al presule che ha guidato per trent’anni la diocesi di Livorno. Con le sue parole la Chiesa livornese, in occasione del pellegrinaggio-clou a Montenero, ha ricordato Ablondi nel decennale della morte.

Rossi indica che molte delle intuizioni di Ablondi sono «risultate profetiche, come il magistero di papa Francesco ci sta dimostrando»: occorre – aggiunge – che questi “semi” «vengano coltivati e curati perché portino frutto» e perché «la sua sia una “eredità viva”».

È stata richiamata l’idea ablondiana di «una Chiesa tenda, dove “non ci sono recinti, le serrature non servono: garantisce l’onestà della gente e il suo buon servizio”». Rossi vede nel magistero di Ablondi la capacità di «anticipare le prospettive disegnate da papa Francesco di una “Chiesa costitutivamente sinodale”».

Era presente il sindaco Luca Salvetti e a lui Rossi si è rivolto per apprezzare l’intenzione della giunta di dedicare al rabbino Elio Toaff e a Ablondi i Tre Ponti in quanto figure di “ponte” e di dialogo fra le culture, auspicando peraltro che sia una scelta condivisa della città.

Nel ricordo sul sagrato di Montenero è stata ribadita l’attenzione di Ablondi agli “assenti” e ai giovani. I primi «devono essere per ciascuno di noi “un tormento, un interrogativo continuo, l’esame di coscienza doveroso, l’offerta generosa e disponibile: essi sono soprattutto la provocazione ad una conversione». E i giovani? Nell’ottica di Ablondi – sottolinea Rossi – vanno «non ammaestrati ma accolti, non riempiti ma ricevuti» perché non sono «un recipiente chiuso, ma un vaso comunicante da attivare».

L’ultima sottolineatura è con le parole di Giovanni Bachelet: vedeva in Ablondi l’«appassionante realizzazione del gusto evangelico di vivere, condividere, lottare per un mondo più giusto, comunicare gioia e speranza; entusiastica riposta alla vocazione che il Concilio riscopriva e assegnava alla comunità cristiana». —

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