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Livorno è rimasta senza sorriso: annullato il festival dell’umorismo. Ecco i tre motivi della decisione

Mauro Zucchelli
Livorno è rimasta senza sorriso: annullato il festival dell’umorismo. Ecco i tre motivi della decisione

La scelta delle due fondazioni che organizzano l’evento: «Troppe incognite, c’era il rischio di veder saltare tutto». E ora si spera nella Primavera del ridicolo...  

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LIVORNO. Peccato: è saltato il festival dell’umorismo. Era in cartellone come sempre nell’ultimo fine settimana di settembre: «dal 25 al 27», come recitava il manifestone on-line della buffa buccia di banana simbolo della kermesse. C’era da immaginarselo: non era mai accaduto che a tre settimane dal via non si conoscesse il calendario, solitamente reso noto fin nei dettagli già da giugno-luglio. Poi ieri è arrivato l’annuncio ufficiale degli organizzatori: la Fondazione Livorno (guidata dall’avvocato Luciano Barsotti) e il suo braccio operativo Fondazione Livorno-Arte e Cultura (presieduta dalla storica Olimpia Vaccari). Nero su bianco la decisione di annullare l’edizione 2020 di “Il senso del ridicolo”.

Ancora stop: è il terzo in 5 anni

È la terza volta che la sfiga ci mette il maledetto zampino: era accaduto nel 2017, quando nessuno se la sentì di far partire un festival nel segno delle risate pochi giorni dopo l’alluvione che aveva straziato la città. Qualche mese più tardi, era stato immaginato di mettere in agenda un “assaggino” del festival agli inizi di aprile con “La primavera del ridicolo”: ma pochi giorni prima un gravissimo incidente sul lavoro costò la vita a due operai e giustamente per il lutto cittadino si rinunciò al recital. E adesso il terzo stop in cinque anni.

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Colpa della pandemia. E mica perché vi sia qualche contagiato: gli effetti si moltiplicano anche là dove il coronavirus non è arrivato. Nel senso che, come dicono dal quartier generale delle due fondazioni, «le incertezze legate all’emergenza Covid-19 impongono uno stop». I due presidenti Barsotti e Vaccari parlano di «scelta assai sofferta, frutto di una lunga riflessione». Rivendicano l’idea di aver fin dal 2015 «investito risorse e tempo in un’iniziativa di approfondimento culturale»; sottolineano «l’ottimo lavoro svolto dal direttore artistico Stefano Bartezzaghi e dalla società di comunicazione Stilema diretta da Anna Gilardi»; ribadiscono che «ormai il pubblico e la città si sono affezionati a questa manifestazione e sappiamo che c’è molta attesa per l’evento». Ma c’è un “ma”, anzi parecchi: «Non possiamo non tener conto delle numerose difficoltà e delle incertezze che avremmo incontrato proprio in questo periodo», dicono gli organizzatori.

La prima riguarda le norme anti-contagio che obbligano il distanziamento dei posti: da un lato, «limitano la gestione delle presenze numerose agli spettacoli»; dall’altro, – rileva Barsotti – nell’ultima edizione «l’affollamento di alcuni appuntamenti come la conferenza di Massimo Recalcati ci aveva spinto a immaginare di ampliare la tensostruttura 550 posti ad almeno 650. Con le nuove regole anche un significativo ampliamento non basterebbe ad offrire gli stessi posti insufficienti dello scorso anno».

All’aperto? impossibile

La seconda ha a che fare con la difficoltà di contare su iniziative all’aperto: non è solo per l’abitudine degli anni scorsi che le conferenze si fanno al chiuso, a fine settembre – segnala Vaccari – è difficile pensare di mettere in programma decine di incontri all’aperto senza tener presente l’incognita del meteo. «Basta un weekend di pioggia e salta tutto». Poteva essere anticipato? Mica tanto: Barsotti segnala il rischio di sovrapposizione con le date di altri festival, forse c’è anche da mettere in conto che sotto il solleone d’agosto avrebbe poco senso sperare di tirar via dalle spiagge alle quattro del pomeriggio la gente per chiederle di infilarsi in un tendone…

La terza è relativa al rischio di una seconda ondata di contagi: ci sono segnali di «una recrudescenza dell’epidemia», non sappiamo cosa può accadere anche solo nel giro di pochi giorni e magari ritrovarsi con «il pericolo di veder saltare il festival quando era già tutto pronto ed erano state ormai sostenute quasi totalmente le spese».

«Non possiamo rischiare così»

Il festival costa «alcune centinaia di migliaia di euro», c’era il pericolo di buttar via i soldi. «È un rischio che non possiamo permetterci se consideriamo anche le difficoltà economiche legate alla pandemia. Tra l’altro, il nostro territorio, già fragile prima del Covid, – dice Barsotti – si trova oggi ad affrontare una profonda crisi, la Fondazione sarà chiamata a sostenere interventi importanti, e dovremo fare i conti con un’inevitabile contrazione delle risorse». Vaccari rincara: «Nella spesa dobbiamo avere quel grado di prudenza che tutela il patrimonio così da consentire di distribuirne i benefici non solo oggi ma anche domani e dopodomani, investendo sì ma preservando ora anche la capacità di spesa futura».

E il prossimo anno? Le due Fondazioni guardano all’edizione del prossimo anno ma non mettono il cappello al 2021: «Ci auguriamo comunque di poter uscire al più presto da questa situazione e di garantire di nuovo al pubblico una manifestazione culturale di sempre maggiore spessore». E aggiungono: questo festival è «fondamentale per la nostra mission», che «non vorremmo abbandonare». C’è da aspettare “solo” dodici mesi, mannaggia. Idea: magari saltasse fuori la possibilità di un “assaggino” come con la “Primavera del ridicolo”…

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