Gioco
Addio a Lia Orlandi, grazie a lei brilla sempre il genio di Beppe
Livorno: teatro popolare a lutto per la scomparsa della figlia del celebre autore e interprete di commedie in vernacolo livornese che lei ha riportato in scena
LIVORNO. Nella notte tra lunedì primo e martedì 2 settembre, serenamente, nella sua storica casa di via San Giovanni si è spenta Lia Orlandi Favilla, una colonna portante del teatro livornese. Era nata nel 1929, e quindi aveva da poco varcato la soglia dei novant’anni. La sua ultima apparizione pubblica risale allo scorso anno, quando, con la vitalità che l’ha sempre contraddistinta, aveva partecipato ad una serata in ricordo del padre, il leggendario Beppe Orlandi, l’inventore del teatro vernacolare livornese.
E in quella circostanza era apparsa in gran forma, lucida, presente, e propositiva in chiave futura. “Dobbiamo mettere su “Zoccole e Gnacchiere”, la commedia inedita di babbo”» diceva. Il babbo, appunto, per il quale aveva un amore ed una stima infinita, portandone avanti il lavoro, con applicazione e disciplina assoluta. Lei, che ad appena sette anni, aveva preso parte come attrice alle prime commedie, continuando a recitare fino al 1956, anno del suo matrimonio. Poi, nel 1963 morì improvvisamente Beppe, e tutto si fermò. La ripresa avvenne nel 1986, quando il figlio Stefano, adolescente, manifestò l’esigenza di ripercorrere le orme del nonno, e lei, dopo averlo testato, decise che la cosa si poteva fare. Da quel giorno la grande tradizione del teatro vernacolare risorse. Lia tenne a battesimo, oltre che Stefano, anche Massimiliano Bardocci (nipote di Carlo Carpitelli, la “vecchia“ di Beppe Orlandi), e un altro ragazzino di belle speranze, Dario Ballantini.
E col supporto di Otello Bacci, tornò in scena “Li Sfollati”, il capolavoro Orlandiano. Lia passò al timone della nave, procedendo barra a dritta per più di vent’anni: nel 1995 decise di affidare la regia dei lavori a Beppe Ranucci, e, partendo da un leggendario varietà “Caro Beppe Orlandi”, prese il via un filotto di successi che fecero sussultare più volte la Gran Guardia, il Goldoni e i Quattro Mori, stracolmi di gente e calore. La ‘hiesta nel 1998, la ribotta a Montinero nel ’99, li sfollati nel 2001, la gita turisti’a nel 2003, solo per fare qualche esempio. Lia Orlandi era orgogliosa della compagnia che aveva formato:«Sono gli attori migliori su piazza» diceva. Era molto attenta ai dettagli, e ci teneva al suo ruolo di direttrice artistica. Rammentava le messe in scena del padre e voleva, pur rispettando le scelte registiche, mantenere l’aspetto tradizionale quasi intatto. Ranucci ne era cosciente, e la loro collaborazione andò avanti senza problemi. Era attenta anche ai ai costumi e alle scenografie. Più volte controllava i montaggi correggendo i piccoli dettagli; e lo stesso per i costumi, per i quali aveva una vera e propria venerazione.
Per non parlare degli interpreti, specie i giovani, che accoglieva nel salotto di casa, e sottoponeva a lunghe ore di prove, anche di canto, perché tutto doveva essere perfetto. «Dovete portare la voce alle ultime file , la testa deve stare alta, come se parlaste alle persone sedute in galleria» spiegava. Possedeva un armadio prezioso, che conteneva tutti i copioni originali, nelle varie versioni, spesso con note a margine autografe. Anche il marito Ettore Favilla, si era appassionato, e da bravo designer e pittore, si occupava di scenografie, grafiche, realizzando locandine di una bellezza sconvolgente. Così come il fratello Pierluigi, che invece curava prevalentemente gli aspetti musicali. E quando i due vennero a mancare, Lia non si scoraggiò, ma proseguì imperterrita nella missione, sostenuta dalla soddisfazione per la bravura del figlio. «In certi momenti - sosteneva - , è migliore del nonno». I funerali di Lia Orlandi si svolgeranno questo pomeriggio alle ore 16, al piccolo cimitero di Montenero, dove riposano tutti i suoi cari. «E’ stata una grande donna - dice Stefano Favilla - . Ho un immagine nel cuore, scattata al termine di una rappresentazione: io sul proscenio che mi ero appena tolto la parrucca, e lei che saluta dal sipario mezzo chiuso». Ed è così che ci piace immaginarla, col suo sorriso intimidito dal pubblico, mentre viene invitata a raggiungere il centro del palcoscenico. Fiera della sua compagnia. E alza una mano per il saluto. Oggi, il saluto finale.
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