Il Tirreno

Livorno

L’iniziativa

Il bisnonno di Cracco in fuga dai banditi sul Voltone teme il colera nel minestrone

Mauro Zucchelli
Un ritratto di Pellegrino Artusi e veduta aerea del Voltone negli anni Novanta
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Un ritratto di Pellegrino Artusi e veduta aerea del Voltone negli anni Novanta

Il celebre gastronomo Pellegrino Artusi raccontò la disavventura che ebbe a Livorno nel 1855 dopo aver soggiornato in una locanda 

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Con Il Tirreno di oggi avete ricevuto in edicola l’immagine amarcord del porto di Livorno, domani troverete invece in regalo la foto di piazza Carlo Alberto (oggi piazza della Repubblica), via Vittorio Emanuele (l’attuale via Grande) e via Buontalenti . Curiosità: il palazzo in primo piano che si affaccia sulla piazza è la sede storica del nostro giornale: "Gazzetta Livornese e Telegrafo" L’appuntamento con le immagini d’epoca gratis col Tirreno è previsto il martedì, il mercoledì, il giovedì e il venerdì. È una iniziativa per riscoprire la nostra storia in collaborazione con l’associazione Livorno Come Era presieduta da Giorgio Mandalis e con gli archivi di Leo Gattini e di Ilio Nencini.

In quella Livorno di metà Ottocento accade di tutto. Abbiamo visto il lungomare che si trasforma da luogo di quarantena in spazio per il divertimento della buona borghesia chic mentre qualche spanna a nord, accanto all’attuale Bellana, una famiglia siciliana di garibaldini sale quaggiù da noi a impiantare un cantiere che segnerà la storia (e l’urbanistica) della città. C’è la nascita del teatro Goldoni e quella del tempio della Congregazione olandese-alemanna, ma nel giro di nemmeno un decennio ci sono anche la disperata difesa di Livorno dalle armate austriache e, nel 1857, il moto insurrezionale ancor più disperato che rimarrà ancor più isolato nella mappa delle agitazioni patriottiche.

Tutta questa storia, per quanto locale sia, potrebbe ambire ad avere l’iniziale maiuscola e a finire sui libri: proprio lì in mezzo c’è una vicenda minore, una piccola storia familiare che però racconta molto di noi. Lui si chiama Pellegrino e di cognome fa Artusi: il bisnonno di chef Cracco, non fosse per il fatto che lui la cucina la raccontava più che farla. Il suo libro di ricette è un extralong-seller che, dopo esser stato una sorta di scommessa buffa da poche centinaia di copie, si trasforma in una bibbia che ha accompagnato un secolo e mezzo di arte culinaria made in Italy.

Immaginatevi che adesso, con quei curiosi mustacchioni bianchi, è tornato sotto i riflettori perché è diventato uno 007. Colpa di un pisano, inutile dirlo: dopo la saga dedicata ai vecchietti detective del “BarLume”, Marco Malvaldi ha ripescato dall’Ottocento la figura di questo gourmet divulgatore. Già l’aveva piazzata in “Odore di chiuso”, ora ha fatto il bis con “Il borghese Pellegrino” (e, detto per inciso, nella seconda metà di settembre verrà a raccontarcelo a Livorno).

Sgombriamo subito il campo: messer Artusi non sembra avesse proprio in testa di finire come l’emblema di tutti i gourmet con i baffoni a manubrio. Al contrario, il cuore batteva per Foscolo e la letteratura. Al libro cult della buona cucina è arrivato da vecchio, al termine di un percorso un po’ enciclopedico e un po’ autodidatta che aveva lasciato in disparte le velleità di accademia letteraria perché babbo Artusi era un gran talento di commerciante e temeva che troppi libri facessero venire il birignao e la puzza sotto il naso, dunque ammazzassero l’intuito per capire come prevedere i gusti della gente, popolino compreso.

Il campo sgombriamolo per bene perché all’inizio Livorno non c’entra per niente. Ma si sa che il racconto s’ammoscia se non c’è la sorpresa: e il colpo di teatro sta nel fatto che un brutto giorno gli Artusi, facoltosa famigliona romagnola, si ritrova a fare i conti con gli schioppi di una gang di briganti di alto lignaggio. Nientemeno che “Il Passatore”: talmente importante che gli intitoleranno l’ultramaratona di 100 chilometri che scavalca l’Appennino a passo di corsa. In realtà, gli amici di Stefano Pelloni – così si chiamava il brigante capo, e non sapeva ancora che una sua lontana bisnipote (Raffaella Carrà) avrebbe incantato dalla tv milioni di italiani con fagioli e balletti – avevano poco del bandito romantico e parecchio del tagliagole, se è vero che le ragazze di casa Artusi finiscono violentate e/o impazzite. La famiglia non ci pensa due volte, fa armi e bagagli e sposta in Toscana il banco di mercanti: sia chiaro, non un banchetto ambulante ma qualcosa di assomigliabile a una impresa di import-export, anzi a quel punto entra nel giro grosso delle sete e delle stoffe. Pellegrino sogna la letteratura e si ritrova a fare il grande commerciante, ma almeno vuol farlo non proprio sotto il naso del padre-padrone. Tradotto: gira un po’ e alla fine viene a Livorno a farsi le ossa nel commercio.

Se le fa così bene che a un certo punto, al colmo del successo, pianta tutti in asso e con il gruzzolo accumulato decide che compravendere merce l’ha fatto ricco sfondato ma non è quel che voleva fare nella vita. Eccolo che s’incapriccia di scrivere di letteratura e si fa stampare a proprie spese dalla "Tipografia di G. Barbera" un tomo di 479 pagine dedicato alla "Vita di Ugo Foscolo". Sottotitolo chilometrico: "Note al Carme dei Sepolcri / ristampa del viaggio sentimentale di Yorick tradotto da Didimo Chierico".

Fosse solo per questo, però, l’avremmo lasciato nello scaffale della biblioteca. A dirla tutta, Artusi ha qualcosa da raccontarci proprio in relazione al Voltone - la piazza dei Granduchi, poi piazza Carlo Alberto, infine piazza della Repubblica – che è il protagonista della foto amarcord che Il Tirreno offre in regalo (domani) ai propri lettori.

«Mi trovavo a Livorno al tempo delle bagnature l'anno di grazia 1855»: è Pellegrino Artusi a raccontarlo: aveva preso una stanza nella locanda di tal signor Domenici proprio sul Voltone. È un sabato sera quando si fa servire un minestrone. «Pranzai e, fatta una passeggiata, me ne andai a dormire. Ma la notte cominciai a sentirmi una rivoluzione in corpo da fare spavento; laonde passeggiate continue a quel gabinetto che più propriamente in Italia si dovrebbe chiamar luogo scomodo». Artusi si regge a malapena in piedi e se ne va in famiglia a Firenze col primo treno: «Maledetto minestrone, tu non mi buscheri più!», sbotta maledicendo locanda e locandiere. «Il lunedì giunge la triste notizia che il colera è scoppiato a Livorno e per primo ne è stato colpito a morte il Domenici. Altro che minestrone!», ricorda il Nostro.

Dunque, il colera scampato ci lascia quel tesoro di gastronomo che insegnerà l’arte del mangiar bene (e dello scrivere di cibo) all’Italia intera. Ma il ricordo è un po’ bislacco: a dirla tutta, già l'anno precedente si erano contati a Livorno più di mille casi, quasi 600 dei quali finiti al camposanto. Ma non è che Firenze se la fosse cavata meglio: 2.525 casi, più della metà dei quali con esito mortale. Nell'anno 1855 di cui parla Artusi Livorno conta 1.783 contagiati (con quasi mille morti). Tanti sì, ma poca cosa rispetto a Pisa dove a contrarre il colera furono in 5.322, figuriamoci a Firenze dove il contagio investì oltre 28mila persone e ne ammazzò quasi 15mila. Parola del prof. comm. Pietro Betti nella sua “Seconda appendice alle considerazioni sul colera asiatico che contristò la Toscana nelli (sic) anni 1835-36-37-49 comprendente l’invasione colerica del 1855”. L’ultima ondata Livorno l’avrà nel 1911.


 

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di Redazione web