Gioco
I 4 Mori “scoperti” dal reverendo islandese finiscono nel libro cult per i giovani sovietici
L’incredibile storia del monumento che il generale napoleonico voleva distruggere (e che durante la guerra era stato fatto sparire)
Il generale Sextius Alexandre François Miollis qui da noi l’abbiamo sempre dipinto più o meno come un bischero: arrivò alla testa delle truppe di Napoleone e voleva buttar giù i Quattro Mori perché vedeva nel monumento-simbolo l’esaltazione di valori che riteneva in rotta di collisione con i valori di “liberté égalité fraternité” che contrassegnavano la rivoluzione francese (e l’export che ne faceva Bonaparte in mezza Europa). Del resto, duecent’anni più tardi, anche il vescovo Diego Coletti dirà che lo spirito di Livorno bisogna cercarlo in un altro monumento con un moro prigioniero: anziché quello con Morgiano e i suoi ai piedi del granduca, meglio quello all’altare della chiesa di San Ferdinando Re con l’angelo che spezza le catene e libera lo schiavo.
Finì che nel giro di poco tempo l’ondata napoleonica si esaurì e le truppe francesi sparirono da Livorno: il monumento a Ferdinando I restò in piedi e tutt’al più Miollis fece il dispetto di portarsi a Parigi un po’ di fregi bronzei. Tremendo forse, ma bischero proprio no: semmai anzi colto e raffinato, visto che a Mantova rese omaggio a Virgilio e a Ferrara lo fece con Ariosto mentre a Verona restaurò l’arena acciaccata. Colpa forse del fatto che quell’ideologia se la sentiva addosso: figurarsi che quando per mantenersi repubblicano rischiò di troncarsi la carriera e poi, reinsediato il sovrano, quando lo mandarono a sbarrare il passo a Napoleone passò col nemico.
Qui però non è Miollis che ci interessa bensì i 4 Mori. Salvati dalla furia dei solidati napoleonici, non è per motivi ideologico-rivoluzionari che i 4 mori rischiavano grosso anche durante la seconda guerra mondiale: fra porto, centro e “zona nera”, ovvio che la collocazione del monumento non fosse la migliore possibile per farla franca di fronte ai bombardamenti dell’aviazione alleata e alle mine dei tedeschi. Per questo motivo era stato deciso di smontare tutto: statua del granduca e le grandi figure barbaresche messe su una carovana di carri trainati da cavalli, l’una l’hanno rimpiattata nella certosa di Calci e i mori invece – chissà se c’entra una qualche analogia medicea – sono finiti nel parco della cinquecentesca villa di Poggio a Caiano, a faccia all’ingiù fra i limoni.
Negli archivi del Tirreno c’è una vecchia foto in cui in una piazza Grande distrutta c’è una jeep con un militare che tiene una scultura: è Frederick Hartt, uno dei “monuments men” che operarono con le truppe alleate per salvare i capolavori d’arte. Non è dato sapere però se la speciale équipe di “salvatori” intervenne anche per i 4 Mori.
Il monumento livornese è stato rimontato al proprio posto il 9 giugno di settant’anni fa: quasi lo stesso giorno in cui la Sardegna decideva di fare dei 4 Mori la propria bandiera. È singolare peraltro che la pergamena in mano a Ferdinando I non l’abbiano spezzata né le bombe né le mine e neppure lo sballottamento del viaggio bensì l’incuria: una parte di essa si schianterà al suolo nel gennaio 2013, prima che venisse avviato un robusto restauro.
È curioso che i protagonisti del monumento siano gli sconfitti: verrebbe da chiedersi come mai nessun livornese si sia mai sognato di chiamarlo il monumento di Ferdinando I che pure in questa statua avrebbe dovuto esser celebrato come “liberatore” dalla minaccia saracena. E questo già la dice lunga sull’aria che tira.
È ancor più curioso che – lo raccontano i curatori della Catholic University of America Press presentando un testo seicentesco a firma del reverendo Olafur Egilsson – la prima citazione del monumento dei Quattro Mori in un libro sia ad opera di questo pastore islandese che viene a dirci sbigottito quant'è singolare la vita in quella città che si chiama Livorno: francamente talmente piccola che «bastano due ore a piedi per girarla tutta» ma ha un apparato difensivo inespugnabile, probabilmente riferendosi alle Fortezze. Gli infradito, bermuda e canotta devono essere ancora un segreto ben custodito nella cassaforte del “Leghorn style” perché il tipo scandinavo giura che i livornesi sono degli elegantoni, tutti sete e velluti. Eccezion fatta per i cortei di schiavi catturati dalla marineria corsara cristiana che aveva qui il proprio campo base.
Ma niente è così curioso quanto la parabola che ha avuto nel geo-immaginario collettivo un libro della romanziera irlandese ottocentesca Ethel Lilian Boole, figlia del matematico che creerà la logica booleana utile anche nelle ricerche nei nostri computer. Radicale e rivoluzionaria, eppure talmente desiderosa di piantare in asso quel padre dispotico da accettare di cambiare il nome storpiando quello polacco del marito così da diventare la signora Voynich: stregata dall’intelligenza ultra-.rivoluzionaria dell’Est eppure, quando nel 1920 se ne presenta l’occasione, invece di scegliere l’Urss prende il transatlantico verso gli Stati Uniti. Incoerente? Chissà: anche perché una spy-story racconta che sia stata agganciata da uno 007 di Scotland Yard e che sia lui il protagonista del libro che in inglese si intitolerà “Il tafano” e in italiano, più poeticamente, “Il figlio del cardinale”.
Ok, ma Livorno e i 4 Mori? Sono il set di questo romanzo: sconosciuto qui da noi, diventato un testo cult in Unione Sovietica. Tempo addietro, un team di studiosi dell’università di Pisa (Cinzia Cadamagnani e Alessandro Farsetti) ne ha fatto un caso letterario - presentato anche alla Biblioteca di Villa Fabbricotti – per capire come una storia sul Risorgimento italiano sia finita nel vortice della propaganda sovietica come esempio per le giovani menti. E qui nessuno lo sapeva. —
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