Il Tirreno

Livorno

Il nonno: «Era un inferno, ne ho salvata solo una»

luciano de majo
Il nonno: «Era un inferno, ne ho salvata solo una»

Così victor raccontava al tirreno il suo strazio 

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l’articolo

Così il nostro Luciano De Majo raccontò sul Tirreno il colloquio con il nonno della piccola Tutsa.



«Ho potuto salvarne solo una, gli altri erano tutti avvolti dalle fiamme». Quelle parole le ha dette fin dal giorno che seguì la tragedia, in quel lunghissimo sabato trascorso in questura, davanti al magistrato e agli uomini della squadra mobile. Victor Carolae, cinquant’anni, avrà pensato chissà quante volte alla piccola Lenuca, o Tutsa, come tutti la chiamavano, morta nell’incendio di Pian di Rota insieme a Eva, Danci e Menji: era la sua nipotina, figlia di suo figlio Victor. E chissà quante volte gli saranno tornati in mente quei terribili minuti nei quali il fuoco si divorava le baracche sotto il cavalcavia e gli altri tre bambini. Carolae non è solo il nonno di Tutsa, ma anche il padre di Elena, la bimba che ha messo in salvo.

Se l’ha sottratta alla stessa, atroce, fine degli altri tre, è stato solo grazie al fatto che lei si trovava più vicino alla porta della baracca.

La ricostruzione di Victor Carolae non fa che accreditare, per l’ennesima volta, la linea che emerge dall’indagine portata avanti dalla Procura (...). «Sì, è stato un incidente – ha detto Carolae – c’era una candela sul tavolo, i cinque bimbi stavano dormendo tutti. Ed erano soli. Io ho potuto salvare solo la più vicina alla porta. Gli altri era impossibile, le fiamme erano troppo alte. Anche solo avvicinandomi, sentivo bruciare».

La più vicina alla porta era la piccola Elena. Anche lei ha passato la giornata seguente alla tragedia, quella di sabato 11 agosto, in questura, insieme ai familiari. Bastava vederla il giorno dei funerali, al cimitero, gli occhietti neri furbi intenti a scrutare il posto più vicino dovre trovare un po’di riparo dalla calura, mentre salutava i poliziotti e i dirigenti della questura che ormai conosce come amici.

La sera di fuoco vissuta in Pian di Rota, nelle parole di Carolae, è anche molto dettagliata. «I bimbi dormivano – ha proseguito – tutti gli altri erano andati alla fermata dell’autobus, non così lontana dall’accampamento, perché alcuni parenti dovevano ripartire per la Romania».

Certo, qualcuno avrebbe potuto rimanere con loro, per non lasciarli soli nella notte che si stava avvicinando. E Victor ha ricordato che questo ruolo spettava a Uca Calderar, moglie di Menji Clopotar e mamma di Eva, Danci e Menji. Ma neanche lei era presente al campo, al momento dell’incendio. «È venuta anche lei alla fermata dell’autobus – ha detto ancora Carolae – quando i bimbi si erano tutti addormentati. Quando siamo tornati abbiamo visto le fiamme. Erano già altissime. Ho fatto in tempo a prendere in braccio solo una dei cinque». Anche perché, sembra di capire, la piccola Elena dormiva in un’altra baracca rispetto a quelle dove si trovavano gli altri bambini.

Mai, in questo racconto, viene citata la parola «attentato». L’ipotesi dell’aggressione, sulla quale invece gli altri componenti della famiglia hanno insistito a lungo anche nei loro colloqui con gli inquirenti, non compare proprio. Resta da capire come una candela abbia potuto generare un incendio devastante come quello che ha distrutto l’accampamento. Probabilmente la presenza di una grande quantità di materiali infiammabili (oggetti di carta, cartone, plastica e legno) ha giocato a favore del rapido espandersi delle fiamme. E nessuno ha potuto far niente per i quattro bambini morti in modo così drammatico. —



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