Gioco
Erano qui la riviera chic e il gossip vip: la moglie e la sorella di Napoleone le testimonial
Da martedì 11 agosto le immagini d’epoca in omaggio col Tirreno "C'era una volta Livorno e la Costa Etrusca": iniziamo con l’epopea ottocentesca degli stabilimenti balneari che inventarono il turismo
LIVORNO. Era l’anno in cui Beethoven era nient’altro che un bambino prodigio alle prese con la prima sinfonia e a Parigi compariva per strada il primo velocipede. E a Livorno, dopo la pubblicazione dell’Encyclopedie illuminista e prima della rivolta dei “vivamaria” contro la soppressione di confraternite come quella di santa Giulia, un bel tipo si era incapricciato dell’idea di trasformare in business per la buona borghesia quel che facevano i ragazzotti plebei inzuppandosi in mare. È dedicata agli stabilimenti balneari livornesi la prime parte delle foto de’poca in regalo da oggi col Tirreno.
Prima ancora che le “bagnature di mare” si concretizzassero in qualcosa «un certo Vincenzo Pastichi, parrucchiere nato a Firenze ma domiciliato sin dall’infanzia a Livorno» aveva bussato al granduca per poter installare «alcune baracche per comodo d’uso dei bagnanti». Macché turismo, era una terapia e lui allegava le controfirme di una sfilza di medici per dire che mettersi ammollo in mare faceva bene «ai soggetti particolari non solamente nelle malattie cutaneee e reumatiche contrazioni delle parti muscolose e nervose, tumori linfatici induriti escostosi ed altre indisposizioni dipendenti da viscosità e lentesenza di umori».
All’inizio era una terapia
Non mettiamoci a sghignazzare: nel 1871 la “Statistica delle malattie curate colla idroterapia marina esterna e interna nello stabilimento balneario di V. Pancaldi” aveva valso a Grilli dott. Fabio una lettera di lode del Consiglio superiore di sanità per i 99 casi curati, incluse «19 affezioni scrofolose». Questa storia l’ha raccontata sul nostro giornale quasi cent’anni fa Osvaldo Testi, direttore dell’Archivio Storico della città, spiegando come quel primo tentativo sia naufragato nel mare del nulla: sottosegretario dubbioso e governatore idem, non si capisce dove starebbe l’affare nel mettere in piedi «una fabbrica di seimila braccia quadre per lo utile che può ricavarne da qualche diecina di persone», l’unica è che si «voglia tirar nella rete qualche merlotto». In effetti, come dirà il marchese Bourbon Del Monte ne scriverà l’epitaffio economico: «Il Pastichi è fuggito i giorni scorsi carico di debiti». Però, nella missiva al segretario di Stato, il marchese si sbagliava quando, dicendo che «questo è stato lo scioglimento della commedia», sentenziava che «non occorre pensar più a bagni».
Il nuovo tentativo
Passa qualche mese e ci pensa Paolo Baretti a riprovarci. E stavolta un po’più a sud e con “spalle” economiche un po’più robuste: da un lato, è «console di Sua Maestà il Re di Sardegna a Livorno»; dall’altro, rastrella terreni e fabbricati fino a conquistare una bella zona tutt’attorno alla postazione dei cavalleggeri. Vietatissimo farci qualsiasi cosa, sia per timor di contrabbando sia per difesa del forte militare. Eppure alla fine arriva il placet: basta che Baretti dia ai militari le chiavi di ogni edificio ed ecco che per magia le ragioni del no si tramutano in motivi del sì (nessuno penserebbe mai di far qualcosa di illecito così vicino alle guardie). Ci fosse stato un telefono, sarebbe stato legittimo sospettare una chiamata degli alti gradi della diplomazia sabauda per sbloccare la pratica: e vabbè che proprio in quei giorni il granduca aveva giurato imperitura neutralità, ma càpita che ci sia qualcuno verso il quale essere più neutrali che verso altri.
Cercasi testimonial
Cosa serviva a Livorno per fare il salto? Un bel testimonial. Anzi, una. Meglio se testa coronata: come quella di Maria Luigia duchessa di Parma, first lady dell’imperatore francese Napoleone. A dire la verità, è una doppia “ex”: Napoleone non è più in sella e l’hanno sbattuto in esilio in mezzo all’oceano, lei non ha fatto un plissé: il gossip cortigiano la paparazza mentre si dà alla dolce vita insieme a Adam Albert von Neipperg, che lei si mette al fianco prima come “gran maestro di palazzo” e poi come “amministratore ducale”, paradossalmente (ma neanche poi tanto) nemico dei francesi.
La love story a livorno
Galeotta fu Livorno e la sua vita balneare: qui scoppiò definitivamente la passione che di lì a nove mesi si sarebbe concretizzata nella nascita della bebè Albertina. Intanto al governatore Francesco Spannocchi Piccolomini arrivò a metà giugno 1816 dalla più alta nomenklatura del Granducato un messaggio chiaro di casa Asburgo-Lorena: vi mandiamo l’architetto Poccianti per costruire la postazione balneare della duchessa nipote, fate tutto quel che vi dice, punto e basta («ho l’onore di prevenire V. E. affinché il detto Poccianti non incontri alcun ostacolo»). Dovrebbe essere proprio lui, quel Poccianti numero uno degli architetti del granduca, al quale verrà affidata la costruzione del nuovo acquedotto di Livorno: come se mandassero Zaha Hadid, Renzo Piano o Frank O. Gehry ad allargare una finestra o creare la cameretta del bimbo.
La chiamavano la “duchessa buona” ma anche Belen o i Ferragnez hanno milioni di follower, fatto sta che nonostante tutte le premure per creare un ambientino chic. Che si trattasse di una smorfiosa con la puzza sotto il naso o semplicemente di una tipa che non gradiva tutto questo parapazumpa-pà, alla duchessa non dev’essere andata a genio tutta questa roba se – lo detterà a rapporto l’agente di polizia Marcolini Carlo – se n’è infischiata della «sontuosa stanzetta con tante minuziose cure preparata per lei, e preferì fare il bagno d’acqua marina in una tinozza del Palazzo reale».
Era il Bagno dell’ex Granduchessa perché qualche anno prima – racconta Testi – se l’era fatto costruire Elisa Baciocchi: ecco che rispunta fuori Napoleone, lei ne era la sorella. Era passato appena più di un anno da quando aveva piantato in asso l’esilio all’Elba, ma in mezzo c‘erano stati i “cento giorni”, il Congresso di Vienna, la battaglia di Waterloo, la Restaurazione e l’esilio bis a Sant’Elena. Quella fine senza fine avrebbe provato a raccontarla Joseph Conrad ma neanche lui c’è riuscito: quel romanzo breve è rimasto a metà.
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