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A 13 anni dalla tragedia di Pian di Rota: «Non dimenticare i quattro bimbi morti nel rogo sotto il cavalcavia»
Nell'anniverario del terribile incendio, l’omaggio alla tomba dell’unica vittima sepolta a Livorno: «All’epoca ci fu disinteresse, la nostra città sia vicina a tutti»
LIVORNO. Era la notte tra il dieci e l’undici agosto di tredici anni fa: quattro bambini di etnia rom, morirono in un modo terribile, soli, tra le fiamme di una baracca: alla periferia nord di Livorno, un rogo sotto il cavalcavia di Pian di Rota. Il più grande aveva 11 anni, il più piccolo quattro. Lenuca Caldarar era nata il 6 settembre del 2001: è l’unica che riposa a Livorno (gli altri, per volere dei genitori furono traslati in Romania).
In occasione del triste anniversario, una rappresentanza delle istituzioni – con a capo il sindaco Luca Salvetti, accompagnato dagli assessori Andrea Raspanti e Viola Ferroni, oltre che dal consigliere regionale Francesco Gazzetti – è al cimitero dei Lupi, per deporre vicino alla lapide un mazzo di fiori. Ci sono anche Stefano Romboli e Ivano Pozzi, dell’ associazione Nesi/Corea più e alcuni rappresentanti della comunità di Sant’Egidio. Una piccola colonna che sfila in silenzio tra le lapidi, e commossa raggiunge il luogo di sepoltura.
«In una circostanza come questa – esordisce Savetti – le parole lasciano il tempo che trovano, contano i gesti. Una vicenda drammatica che abbiamo vissuto in una città che all’epoca rispose con qualche sbavatura di comportamento, e un eccessivo disinteresse; recuperando fortunatamente negli anni. Io vorrei che Livorno , davanti a tragici ricordi come questo, affermasse con forza i valori che l’hanno contraddistinta. Essere vicina a tutti, alle persone di qualsiasi nazionalità. La giornata del ricordo 2020 è fondamentale. Quei bambini rappresentano qualcosa di importante, e ogni anno è bene riaffermarlo».
Chi quella disgrazia l’ha vissuta in pieno è Francesco Gazzetti, allora cronista televisivo. «Ricordo tutto ,perfettamente. Una notte che ci vide con Euro Rossi raccontare per Telegranducato quello che inizialmente pensavamo fosse un incendio, ed invece si rivelò una tragedia enorme. Operammo fianco a fianco con Luciano De Majo del Tirreno, che descrisse in un articolo magistrale gli accadimenti, aiutando a comprenderli meglio». Poi rammenta anche i giorni successivi. «Con notevole coraggio don Paolo Razzauti spalancò le porte del duomo per le esequie, una scelta ecumenica e di accoglienza. Non tutti però vissero quel frangente con lo stesso sentimento : fu un passaggio che ci fece pensare». Un momento che segna un punto fondamentale: «La presenza del sindaco con la fascia tricolore – avverte – fa di questo omaggio alla memoria, la partenza per costruire il futuro che auspichiamo».
Andrea Raspanti raccomanda di non abbassare la guardia, specie in tempi difficili come quelli attuali: «Stiamo registrando su scala globale una serie di pregiudizi legati alle paure. Complici anche le difficili situazioni sociali che viviamo sui territori: prima con la crisi e poi col Covid, abbiamo assistito a un regresso, che ha fatto emergere in maniera forte una serie di timori presenti nella popolazione. E noi dobbiamo essere in grado di comprenderli e affrontarli, magari stigmatizzarli quando sono strumentalizzati. Il lavoro da fare è tanto».
L’assessore sottolinea come tutti i bambini debbano essere una priorità assoluta all’interno della società. «Una commemorazione importante, nella misura in cui sapremo unire al ricordo un impegno totale: istituzioni, associazioni e cittadini, insieme per intervenire sulle dinamiche che producono l’esclusione sociale. Morire così, fu una sciagura dolorosissima: inammissibile che dei bambini dovessero vivere in quelle condizioni. Dobbiamo invece concordare sul fatto che i piccoli debbano crescere in una società di un certo tipo, in un contesto d’un certo tipo, con degli standard relazionali, ambientali ed educativi di un certo tipo. E serve l’aiuto da parte di tutti».
Ricordare per motivare nuove iniziative, che intervengano sulle cause. «Quella fu una tragica fatalità – conclude Raspanti – collegata ad una situazione di emarginazione sociale, rispetto alla quale non si possono fare valutazioni superficiali. Sono situazioni complesse, e vanno affrontate come tali».
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