Gioco
Sotto il Voltone i segreti della piazza-ponte fra il Duce, Berlinguer e il commissario Botteghi
L’anomalia di una struttura architettonica nata nell’Ottocento perché dentro il Pentagono del Buontalenti la città scoppiava
LIVORNO. Smettiamola con questa storia che piazza della Repubblica è roba da Guinness: ok, si sdraia su quasi 19mila metri quadri che ne fanno una fra le prime 25 d’Italia. Ma non la più vasta di Toscana. Anzi, neanche di Livorno: bastano 2.500 passi per arrivare in piazza Dante che è grande tre volte tanto (ed è al nono posto fra le più estese di tutto il Bel Paese). Davanti alla stazione la piazza è una non-piazza, un po’ giardino pubblico un po’ parcheggio un po’ chissà cosa? Ma anche piazza della Repubblica lo è. Più che una piazza, è un ponte. Lo sanno bene i livornesi: a dispetto della toponomastica ufficiale che segue il mutar del Potere (ecco che si chiama “piazza dei Granduchi” nell’era Asburgo-Lorena, “piazza Carlo Alberto” sotto i Savoia e “piazza della Repubblica” dopo la Liberazione), nel parlare schietto è solo il “Voltone”.
Era nato come un ponte perché già nei primi anni dell’Ottocento Livorno non ce la faceva più a star rinchiusa dentro il perimetro scavato dal Fosso Reale che disegnava i confini della città immaginata due secoli e mezzo prima dall’architetto Bernardo Timante Buonacorsi, a.k.a. “il Buontalenti” (inventore del gelato ben prima di Francesco Procopio de Coltelli). Quella piazza-ponte – non è l’unica, c’è anche piazza Cavour – doveva consentire alla città di arrivare al di là del fossato e tracimare con case, botteghe e mercanti verso la campagna a est: sarebbe diventata la via dell’acquedotto e un boulevard verso quel qualcosa dove tanti anni più tardi nascerà la stazione ferroviaria.
Ecco quello che è: il ponte più largo (242 metri!) e strano che ci possa essere. È solo una illusione l’armoniosità ellissoidale con le statue dei due granduchi lorenesi nei “fuochi”. Non c’è niente che caschi a pennello: la sagoma è un quasi-trapezio, ci sono trenta metri di differenza a seconda di quale sponda misuri la larghezza di questa piazza-ponte, senza contare il dislivello di tre metri fra uno spigolo e l’altro.
Ovvio che una struttura così larga non potesse funzionare come ponte levatoio né dovesse correre a pelo d’acqua: il Fosso Reale sarebbe passato a una quota diversa. Non potendo buttar più giù il canale mediceo, non restava che alzare il livello della piazza-ponte così da consentire alle barche di scorrervi sotto per più di duecento metri. Risultato: quel che c’era ai lati del fosso viene inghiottito nel buio. Inutile dire che fioriranno tutte le leggende possibili: figurarsi quel che, negli anni della guerra fredda, poteva saltar fuori con il quartier generale del Partito Comunista proprio lì…
Il fascino dei mille segreti sotterranee finirà consacrato nelle leggende strapaesane come quella della “settima galleria”: nei “misteri di Livorno” in un libro di metà Ottocento che, sulla scia di una pubblicistica analoga, vengono narrati da Cesare Monteverde; nella Livorno di adesso invece, rieccoli nei “segreti del Voltone” che finiscono al centro di un giallo “amaranto” che vede protagonista, per i tipi di Frilli, il burbero commissario Botteghi – un mix fra Maigret e Wallander, Soneri e Harry Bosch - creato da Diego Collaveri.
Con tutte ’ste migliaia di metri quadri e neppure un alberino a interromperne la visuale, non poteva che diventare la nostra piazza San Giovanni. Lo spazio pubblico per eccellenza: benché, è paradossale, isolato dall’anello di traffico lungo il perimetro della piazza.
È il luogo che ha accolto papa Karol Wojtyla, il pontefice «venuto di un paese lontano» e in lotta contro il comunismo sovietico: il 19 marzo di 38 anni fa sbarcò nel cuore della cittadella della “falce & martello” sotto le finestre della federazione del Pci che aveva da solo il 52% (ma con i portuali “rossi” di Italo Piccini che in un attimo, per rispetto a un vescovo amico come Ablondi, schierarono le torri-faro per evitare che l’ultima parte della messa papale fosse quasi al buio).
È lo spazio che ha visto il leader comunista Enrico Berlinguer scegliere Livorno per annunciare, in tandem con l’omologo spagnolo Santiago Carrillo, i lineamenti dell’eurocomunismo prima ancora che diventasse una categoria politica: era il 12 luglio ’75 (e non sarebbe fuori luogo riportarlo sotto i riflettori quando fra pochi mesi si celebrerà il centenario del Partito Comunista).
È l’arena che ha mostrato quanto ramificato e capillare fosse il consenso al regime fascista anche a Livorno, dove pure gli antifascisti non avevano alzato bandiera bianca: l’11 maggio 1930, dopo l’incontro con gli allievi dell’Accademia navale, Benito Mussolini tiene nell’allora piazza Carlo Alberto una adunata per prendere l’anniversario della difesa di Livorno nel 1849 contro gli austriaci e farne, in una sbrigativa allocuzioncina di 31 righe, l’emblema del desiderio di protagonismo dell’Italia. Gli ruberà però la scena Mario Magnozzi, attaccante del Livorno, che proprio quel giorno segna in Ungheria uno dei cinque gol che spianano agli azzurri la strada per la conquista del primo trofeo (la Coppa Internazionale sarà l’antipasto per l’accoppiata ai mondiali del ’34 e del ’38).
È il ring delle grandi lotte sociali o del dolore collettivo: a colpi di 10mila tute blu in piazza nelle manifestazioni dei portuali contro i decreti Prandini (1989) e contro la deindustrializzazione (inizio anni ’90), con il flash mob con tutte quelle sedie vuote in memoria delle 140 vittime del Moby rimaste senza verità e giustizia (primavera 2017) o con la fiaccolata in silenzio per la morte di due operai (marzo 2018). —
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