Gioco
Via Grande, dal conte di Dumas a Piacentini Gioiello distrutto dalle bombe (e dalle ruspe)
Dall’11 agosto in regalo con Il Tirreno le foto di com’eravamo prima che la guerra (e la ricostruzione) cambiassero volto al centro
LIVORNO. Una riga dritta lunga 771 metri fra la cantonata che s’affaccia sulla piazza del monumento ai Quattro Mori e l’angolo che vede spalancarsi davanti agli occhi il Voltone. Meglio ancora se ce lo racconta Beppino Vivoli, notaio, avvocato regio e segretario dell'ufficio del Magistrato di sanità e soprattutto cronista dei monumentali “Annali” che fanno la cronistoria della nostra città appena prima che finisse l'era asburgo-lorenese di Canapone: si chiamava già via Grande e «stava racchiusa fra le due porte: la Pisana e la Colonnella». Non fatevi illusioni: già nel 1844 l'avevano buttate giù. «Dall'una all'altra porta» correvano «in lunghezza totale braccia 1164, cioè 211 braccia meno di mezzo miglio». Insomma, grossomodo quanto adesso.
La lunghezza era la solita, il nome idem. Il colpo d'occhio proprio no: raccontavano le guide sette-ottocentesche di facciate delle case coperte di «pitture fatte sul muro a fresco». Dedicate a cosa? Alle «diverse imprese state fatte dalle galere tanto per mare che con gli sbarchi nell'Affrica contro i Turchi». Dipinte «con bizzarria e buon gusto», ma l'autore doveva essere un tipino di nulla, visto che lo chiamavo Lo Smargiasso.
La via Grande sarà fra le protagoniste della carrellata di 24 fotografie d’epoca che Il Tirreno offrirà in omaggio ai propri lettori a partire da martedì 11 agosto. Gratis in edicola: l’appuntamento è il martedì, il mercoledì, il giovedì e il venerdì. Proprio scorrendo quelle immagini balza agli occhi quanto sia cambiata la fisionomia del corso principale della città: a cominciare dal fatto che non c’erano i portici che caratterizzeranno la strada nella ricostruzione post-bellica. Anzi, ne diventano il “marchio” lungo quasi tutta la sua lunghezza (fino al Palazzo del Presidio e a piazza Guerrazzi che almeno nella metà sud resta ancora come un curioso nulla, una non-piazza che ora è solo la copertura di un parcheggio sotterraneo).
L’idea dei portici cambia l’identikit del corso principale ma ha almeno la virtù di mantenerne un assetto in certo qual modo omogeneo. Affascinante? Neanche più di tanto. Ci penserà l’architetto Italo Insolera, progettista del Prg anni ’70, a mettere nero su bianco una relazione che è una mezza requisitoria: contro una ricostruzione del centro che aveva fatto del cuore della città «un’altra cosa», aveva rimesso in piedi gli edifici ma «senza storia, senza essenzialità».
Bisogna dire che, in effetti, i bombardamenti e le mine avevano fatto talmente tabula rasa che in mezzo alle macerie si pensò perfino di ricostruire il duomo mettendolo alla rovescia, cioè con la facciata verso piazza Cavour: idea abbandonata perché la curia si mise a strillare a più non posso. Il filo conduttore della ricostruzione diventa l’ossessione di farcela: c’è una città che ha fame, le autorità alleate già fanno fatica a sopportare una giunta a guida comunista e il porto stenta a ripartire un po’ perché è ko e un po’ perché serve agli americani. Risultato: migliaia di famiglie campano di Tombolo, grazie a magheggi più o meno leciti con i magazzini yankee.
Il paradosso è che il Comune capitanato dai “rossi” finisce per dar mano libera a chiunque prometta cemento e lavoro: compresa l’immobiliare vaticana Sogene che non solo potrà edificare il Palazzo Grande ma si vedrà quasi regalare il terreno (a un prezzo scontato di almeno il 70% rispetto alla stima iniziale). E non finisce qui: siccome fare in fretta diventa il comandamento numero uno, non c’è niente di meglio che dare una spolveratina alle idee che aveva in testa per Livorno Marcello Piacentini, l’“architetto del Duce”, nume tutelare e ideologo di quel che il fascismo voleva essere nel disegno delle città.
Via Grande era e via Grande è rimasta negli usi quotidiani della gente fin dall’inizio: è l’asse che taglia in due il Pentagono del Buontalenti fra il Porto Mediceo e l’uscita verso est. La toponomastica ufficiale però cambia al cambiare del Potere: via Vittorio Emanuele si chiamava negli anni sabaudi. L’intitolazione risale a poco dopo l’Unità d’Italia: il riferimento dunque non può essere il re di casa Savoia che consegnerà il Paese al fascismo bensì quello degli anni risorgimentali di Garibaldi e di Cavour (il Vittorio Emanuele II il cui monumento equestre è ora davanti alla prefettura ma a fine Ottocento era al centro della piazza Grande versione extralarge prima della costruzione del “nobile interrompimento”).
E in precedenza l’avevano chiamata via Napoleone: ma solo per un pugno di anni, nel periodo del regno d’Etruria con Bonaparte che teleguidava la corona di un ramo dei Borbone. Prima ancora era stato il granduca Ferdinando I in persona a dedicarsela, chiamandola “via Ferdinanda”: in fondo tutto, dopo aver inventato la città come sbocco del suo Granducato verso il Mediterraneo (forse però lo zampino iniziale era del fratello Francesco I crepato di strana morte improvvisa), dopo aver messo nero su bianco quel capolavoro politico che sono le “livornine”, dopo essersi costruito il monumento in cui si autocelebrava come trionfatore sui pirati barbareschi, ci mancava solo intestarsi la strada principale. I livornesi se lo dovevano ficcare in testa: se erano lì era grazie a lui, lo tenessero a mente. Quell’asse viario consacrava lo spostamento del baricentro della città: fino a quel momento era un grumo di case attorno a via San Giovanni.
Livorno la ritroviamo sul set di uno dei grandi bestseller di sempre: “Il conte di Montecristo” firmato Alexandre Dumas. Il suo personaggio Edmond Dantes alla conquista della libertà e a caccia del tesoro approda a Livorno. Ma ha un problema: dopo 14 anni qualcuno lo riconoscerà? Fortuna che conosce un barbiere. Dove? E qui casca l'asino: a seconda dell'edizione, barba e capelli glieli fanno «in via Ferdinanda» o «in via San Ferdinando» (che non esiste). Come cavarsela? Qualche traduttore taglia la testa al toro: «nella via della chiesa di San Ferdinando». Comunque, Dumas non ci gira intorno: Livorno «è una città tra le più barbose che vi siano al mondo, non appena fummo a Livorno sentimmo l'urgenza di ripartire e corremmo al porto per vedere se c'era qualche bastimento in partenza».
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