Gioco
Dallo Scoglio della Regina fino a Antignano era qui la “dolce vita” stile Saint Tropez
Dall’11 agosto in edicola gratis con Il Tirreno 24 foto che raccontano la nostra storia: a partire dagli stabilimenti balneari
l’iniziativa
Il mare non l’hanno inventato alla fine del Settecento, le spiagge e gli scogli neppure, l’afa d’agosto nemmeno. Ma non c’erano né lavandini né wc e l’acqua fino all’inizio del Novecento bisognava andarsela a prendere alle fontanelle di piazza, una folla di famiglie viveva dentro barconi trasformati in abitazioni, c’era un esercito fra pescatori, marinai e scaricatori che di mare campava e in riva al mare spendeva la giornata: figuriamoci se durante le giornate più calde resistevano all’idea di tuffarsi in acqua solo perché non erano stati “inventati” né il tempo libero né tantomeno il turismo balneare.
Lo raccontava sul Tirreno Ugo Canessa, per lunghi anni ai vertici l’ “uomo dei numeri” di Palazzo Civico ma poi soprattutto prezioso cultore di mille aspetti della storia minuta e materiale della nostra Livorno: la “Bellana” era la spiaggia dei poveri ed era «nella zona dei Mulinacci, che i livornesi veraci hanno sempre chiamato l'Aia». Lì, «per oltre un secolo e mezzo», andavano «i monelli cenciosi di via San Francesco, via del Mulino a Vento, via Remota, via Reale e dintorni: un mondo scomparso negli anni della seconda guerra mondiale».
Fra le 24 foto in edicola gratis con Il Tirreno a partire da martedì 11 ve ne sono alcune dedicate agli stabilimenti balneari. È il segno di quanto questo spicchio della città abbia contrassegnato l’identità della città dall’inizio dell’Ottocento in poi. Con l’ “invenzione del lungomare” che rivoluziona il rapporto fra la striscia di costa e il mare che le sta davanti: macché lo spazio dedicato ai lazzaretti per la quarantena, meglio farne il luogo per lo svago della buona borghesia toscana. L’aveva ben spiegato Paolo Castignoli, a quel tempo direttore dell’Archivio di Stato e poi assessore all’urbanistica, disegnando la parabola della trasformazione nell’uso di questo nastro di costa che dal Cantiere Orlando fila verso sud: “Da costa vigilata a promenade”, ecco la mutazione dell’antica “strada dei cavalleggeri” che diventa la passeggiata a mare.
Prima la frescura per salvarsi dal solleone la cercavano nel verde delle colline, dalla fine del Settecento si cambia location con la scoperta delle “bagnature di mare”. È sulle colline monteneresi alle spalle di Livorno che quel geniaccio di Carlo Goldoni racconta le “smanie per la villeggiatura” dei suoi personaggi, è sul litorale di Livorno che cambia la percezione di cosa si può fare lì dove l’acqua giunge a riva: proprio nella nostra città il medico francese Pierre Guigou ha dato alle stampe nel 1814 il trattato “Memoire sur la topographie de Livourne et ses bains de mer” che indica le qualità terapeutiche dei bagni di mare.
A dirla tutta, forse allora i livornesi erano più vispi nel cogliere al volo le opportunità di fare imprese. A Paolo Baretti, console di Sardegna, non c’era stato bisogno che lo suggerisse né il tomo del dottor Guigou né di testimonial come la granduchessa Elisa Baciocchi e l'arciduchessa Maria Luisa, sorella di Napoleone l’una e moglie l’altra. Prima che l’idea nata probabilmente fra gli aristocratici inglese di metà Settecento dilaghi sulle coste, nell’estate 1781 Baretti apre là dove nascerà la Terrazza Mascagni uno spazio di «cinque stanzette, contenenti una tinozza, a cui l'acqua di mare affluiva a mezzo di una specie di pompa», racconta Canessa. Nel giro di un paio d’anni le stanze raddoppiano ma prima che a Parigi i sanculotti mettessero nel sacco re e regina aveva già venduto tutto a tal Giovan Pasquale Nardi, che a quel punto doveva vedersela già con due Giovan Battista, cognome Turi il primo e Cecchini il secondo, che si erano messi a fargli concorrenza nei pressi del Forte San Pietro d'Alcantara: sarà davvero solo una coincidenza se si chiama via dei Bagnetti?
Lo Scoglio della Regina andrebbe declinato al plurale perché le regine erano più di una: era stata Maria Luisa d'Etruria a ordinare nel 1806 che le scavassero dentro un gruppo di scogli «una piscinetta quadra» per consentirle di calarsi in acqua «lontano dagli occhi di tutti», secondo quanto riportato da Aldo Guerrieri: su ciascun lato «un canalino scavato nella roccia viva collegava la “vasca” al mare circostante, e l'acqua affluiva così, naturalmente, limpida, fresca, eternamente rinnovata».
La “febbre” dei bagni esplode proprio negli anni che incendiano la politica livornese fino alla disperata difesa di Livorno dagli austriaci: le schioppettate di Porta San Marco e del campanile di San Giuseppe sembrano distanti come la luna, eppure in quello stesso periodo il dottor Cerbone Squarci apre al pubblico i bagni allo Scoglio della Regina (1844), due anni più tardi Vincenzo Pancaldi progetta i bagni alla Cala dei Cavalleggeri là dove il granduca Leopoldo II aveva scoperto da giovanotto il fascino del mare. In quello stesso volger d’anni la passione per le nuove “bagnature di mare” avevano fatto salta fuori qualcosa nelle vicinanze del bastione cinquecentesco di Antignano e gli abitanti dei nuovi Casini di Ardenza potevano contare sui Pejani come lo sbocco al mare per la propria clientela vip. E’ dal 1840 che sono aperti i bagni Acquaviva aperti da Giuseppe Santi Palmieri: li consacrerà a memoria imperitura il capolavoro di Giovanni Fattori (“La rotonda di Palmieri”).
Nel mezzo c’è l’espansione della città fuori dal recinto standard ma soprattutto il tumultuoso trapasso fra l’era granducale lorenese e l’Italia sabauda passando attraverso il fuoco della svolta nel periodo della sinistra radicale e il contraccolpo della riconquista austriaca. Sconvolgimenti sì, eppure è come se passasse acqua su vetro. «L'ozio, i bagni e la strada ferrata rovesciano in Livorno un vero visibilio di gente: il viavai è continuo, nuovo e anco divertente per chi si diletta di fare i soliti nastri su e giù per via Grande»: così scrive nel 1844 al marchese Gino Capponi il letterato Giuseppe Giusti, rampollo scapestrato di una famiglia bene.
Una generazione più tardi, ci penserà la penna di Yorick figlio di Yorick (Pietro Coccoluto Ferrigni) a fare l’identikit della “bella gente” che si pigia dentro i Regi Bagni Pancaldi: «S'incontrano impiegati riposati e senza riposo; la prima pagina del libro d'oro della nobilità, blasoni inguantati e sguantati; mamme che lavorano in conto sociale colle figliole; perle di bellezze, e ostriche di antipatia; ragazze che da sei anni ci vengono alla pesca d'un marito; giovanotti che affogano i debiti nella speranza di una ricca dote».
Quella “dolce vita” l’ha raccontata anche un big come Giovanni Verga («giammai l'Ardenza e i Cavalleggeri erano stati più affollati di equipaggi eleganti»): altro che quei poveracci dei “Malavoglia” o di “Mastro don Gesualdo”. A trasformarne il racconto in vignette era stato Leonetto Cappiello da giovane: faceva le caricature dei personaggi più in vista che poi erano pubblicate sui giornaletti di stagione, ricorda il nostro inviato molto speciale Aldo Santini.
Un altro giro di giostra e a cavallo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo, ecco la testimonianza di Aldo Palazzeschi, radici borghesi e talento sperimentale: i Pancaldi e il lungomare di Livorno erano il suo regno fin da quando ci veniva bambino. Ne racconta il fiorir di duelli e la presenza di dive come Tina di Lorenzo: «Correvano per vederla da tutti gli stabilimenti di Livorno. Mi sono chiesto poi cento volte in che risiedesse il fascino che questa donna ammiratissima, che non fu un’attrice grande né di una bellezza che non avesse riscontri, esercitò come pochissime per un ventennio almeno». Il segreto? «Era diversa da tutte: semplice, fresca, naturale, in un’epoca in cui le donne mancavano di naturalezza; e avevaun aspetto sano e contento dinanzi alle altre che nascondevano per vezzo salute e felicità, ostentavano drammi inesistenti senza di che non credevano interessare».
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