Il Tirreno

Livorno

La nostra storia raccontata per immagini: dall’11 in regalo col Tirreno le foto amarcord di Livorno e Costa Etrusca

Mauro Zucchelli
La nostra storia raccontata per immagini: dall’11 in regalo col Tirreno le foto amarcord di Livorno e Costa Etrusca

Le radici di noi livornesi attraverso ventiquattro scatti messe a disposizione dall'Associazione "Livorno Com'era", l'Archivio Leo Gattini e l'Archivio Ilio Nencini. Un'iniziativa pensata non per farci prendere dalle nostalgie del guardare all’indietro, ma per spalancare gli occhi sul futuro

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LIVORNO. Macché sciacquare «i miei cenci in Arno»: prima di arrivare all’albergo delle Quattro Nazioni con un codazzo di una quindicina di persone fra figlioli e colf, Alessandro Manzoni era andato a inzupparli nel mare di Livorno, forse allo Scoglio della Regina o alla Spianata dei Cavalleggeri (poi Terrazza Mascagni). Enrichetta, la “bimba” insomma, doveva «fare il mare»: era qui in mezzo a noi, in una locanda di quella che poi sarebbe diventata via Grande, proprio nel bel mezzo di un agosto come questo. Quasi duecent’anni fa: era il 1827.

Il “don Lisander” dei “Promessi sposi” non è davvero l’unico scrittore ad aver dedicato attenzione a Livorno. Ci penserà Hermann Hesse, l’autore di “Siddharta”, a pennellare così i colori del porto di Livorno: «Fiammò una vela gialla triangolare / su dal molo. Una luce si distese / subita e bella sul dorato mare, / l’estremo roseo raggio con sé prese / in un violaceo vel crepuscolare». Invece per Charles Dickens, quello di “David Copperfield”, era un covo di accoltellatori: raccontava che c’era «un circolo di assassini» che di notte, capitanati da un calzolaio, se ne andavano ad ammazzare «solo per il brivido di farlo».

Cartoline dal passato, scampoli di narrazione. Eppure non c’è mai vista così tanta voglia di storia in una città “giovane” quanto la nostra: si moltiplicano gli studi e le tesi, c’è attenzione di un pubblico anche al di fuori della cerchia degli specialisti e degli accademici, calda e appassionata è l’accoglienza per i prodotti editoriali che fissano lo sguardo sul com’eravamo. Nostalgia del tempo che fu? In realtà, è la reazione-tipo là dove si vive lo smarrimento di una crisi: finché lo sviluppo gonfia le vele dell’ottimismo è il presente a guidare la rotta. Smette di esserlo se l’oggi è una nebbia bastarda che tradisce le speranze e se adesso i figli hanno davanti un futuro che minaccia di essere un arretramento rispetto al benessere che avevano da piccoli e alle aspettative di quand’erano nella famiglia dei genitori.

Non è forse quel che troviamo in Sardegna nello straordinario fiorire di una identità culturale fatta di romanzi, case editrici, saggi, folk e canzoni? Non l’abbiamo visto anche in Lunigiana? L’industrializzazione non regge le promesse. Càpita anche qui da noi: con tutta la complicata transizione che ci ha visto uscire dall’identikit di città operaia, adesso che l’industria rappresenta tutt’al più una fetta del 18% nella “torta” dei redditi che abbiamo da spartire.

Il fascino amarcord

Questa fascinazione del passato la racconta, ad alto livello, anche il susseguirsi di cimeli livornesi transitati dalle aste di Christie’s o Sotheby’s: come il portolano seicentesco del Mediterrano del cartografo livornese Giovan Battista Cavallini stimato 160mila sterline o una sontuosa “ketubbah” ebraica di fine Ottocento valutata 120mila dollari, le 13 tavole incise di un “viaggio antiquario da Livorno a Roma” oppure uno spartito autografo di Mascagni. A un livello più basso, il collezionismo diffuso in cerca di acquirenti su e-bay: oltre 20mila foto amarcord, carte e cartoline per scovare brandelli di passato.

Il clic e la storia

La fotografia entra nella storia come fonte. Se la storia si fa sulle carte d’archivio, per chi guarda alla storia contemporanea le immagini assomigliano un po’a quel che sono i cocci, i vasi e le monete per un archeologo. «Si modifica la geografia delle fonti, entrano in gioco anche le immagini: raccontano le storie, spesso anche la storia con la maiuscola e talvolta la influenzano», dice la storica Olimpia Vaccari, curriculum da medievista al Centro studi storici mediterranei e un presente da presidente della Fondazione Livorno Arte Cultura.

Cambia ancor di più se anziché dal lato degli specialisti osserviamo con gli occhiali del pubblico questa mutazione del far storia. «La storia esce dal recinto degli studiosi e per farlo deve sforzarsi di essere meno seriosa, – è ancora Vaccari a parlare – dunque punta di più sulla suggestione e in questo la fotografia è un’arma ben più potente e immediata di un capitolo di cause, nessi e rimandi».

L’effetto google

Al tempo stesso, proprio per questo c’è il rischio di infilarsi in un “effetto Google”: perde d’interesse la capacità di costruire il puzzle della realtà, si pesca il tassello che immediatamente fa al caso nostro – un po’ come “googlare” una qualsiasi parola – e poi ci si immagina di aver capito mentre in realtà si ha in mano solo un pinzimonio di nozioni. «Dobbiamo però fare i conti con questa fame di sapere: la “public history” è una ricerca di radici che va un po’per percezioni e sensazioni anziché entrare nelle cose ma magari offre la possibilità di allargare la platea di chi per la storia prova passione o comunque sente battere il cuore». Oltre a 60 milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio che commentano il match a vanvera, avremo anche un esercito di “storici del barrino”?

Vale la pena di ripescare i lavori di Serge Noiret (Istituto Universitario Europeo) sull’atelier dello storico tradizionale e gli effetti che ha non solo la fotografia ma la diffusione digitale sulla “public history”: a cominciare dagli interventi per la Fondazione Feltrinelli e dal "conclave" organizzato dall'Istituto Veneto per le Scienze Lettere e Arti (con intellettuali di figure del calibro di Mario Isnenghi, Remo Ceserani e Danilo Mainardi).

E poi vennero gli smartphone

La produzione di fotografie lascia le mani di specialisti in luoghi dedicati e tempi canonici, moltiplica i soggetti, gli otturatori che si aprono e le mani che scattano nell'era della diffusione di massa di macchinette Kodak e Polaroid, fino a diventare con gli smartphone e i social network un oceano di immagini. Prodotte e fruite al tempo stesso: un gorgo di soggettività e prodotti che cambia tutto. Non è un caso che Noiret parli di una situazione simile a quella del giocatore di bowling che sta prendendo la rincorsa per scagliare la palla contro i birilli. Quanti ne resteranno in piedi? E cosa cambierà nella narrazione della storia che si velocizza e diventa sempre più storia “immediata”?

Intanto, riprendiamo il filo degli inizi di questa grande trasformazione: lo facciamo con le fotografie che pubblicheremo a partire da martedì 11 agosto, 24 foto in regalo in edicola con Il Tirreno. Non per farci prendere dalle nostalgie del guardare all’indietro, ma per spalancare gli occhi sul futuro. Cominciava già lì: fra gli stabilimenti balneari del lungomare, nelle belle vie del centro.

Quando e cosa troverete in edicola

A partire da martedì 11 Il Tirreno offrirà in regalo ai propri lettori una serie di 24 foto che appartengono alla storia del nostro territorio: ci riportano all’indietro sulle tracce di un passato che fa parte delle nostre radici e, al tempo stesso, in una zona così martoritata dai bombardamenti bellici, risulta quasi come la scoperta di qualcosa di nuovo. Il martedì, il mercoledì, il giovedì e il venerdì l'appuntamento in edicola per chi acquisterà il nostro giornale. Si tratta di magnifiche immagini messe a disposizione dall'Associazione Livorno Com'era presieduta da Giorgio Mandalis, l'Archivio Leo Gattini e l'Archivio Ilio Nencini.Ad aprire la serie sarà martedì 11 una splendida immagine del nostro lungomare nel tratto dei bagni Trotta.

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di Redazione web