Gioco
Una magnolia con 54 nomi in memoria delle vittime
Il dottor Spartaco Sani: «Il Covid è peggio dell’Aids, ma non ci arrendiamo»
l’omaggio
Un monumento sempreverde ai caduti del Covid-19, piantato nei giorni scorsi e inaugurato ieri di fronte a medici, infermieri e familiari delle vittime. L'albero di magnolia guarda il secondo padiglione ed è visto attraverso le grandi finestre da tutti coloro che passano nel corridio che taglia a metà i due bracci dell'ospedale di Livorno.
Ai suoi piedi ieri sono state deposte una targa commemorativa e due ceste di rose rosse, 54 fiori in tutto come i pazienti che il virus ha strappato alle loro famiglie. I loro nomi sono stati ripetuti tra la commozione dei presenti, per non dimenticare mai: Ada, Antonia, Carolina, Adriano, Aldo, Alessio, Altero, Antonella, Antonio, Antonio, Attilio, Bruno, Claudio, Daniela, Danilo, Davide, Elia, Emo, Enzo, Franca, Franco, Gabriele, Gianpiero, Giovanna, Giovanni, Giovanni, Giuseppe, Guelfo, Guido, Ivana, Licia, Livio, Lorenzo, Marco, Maria, Maria Grazia, Maria Rosa, Mario, Mario, Michele, Nara, Natale, Natalino, Neli, Nicla, Paolo, Paolo, Piero, Roberto, Roberto, Rodolfo, Rosalba, Sergio, Sergio, Silvana e Stefano.
«Il Covid-19 è peggio dell'Aids, e non è ancora passato», avverte il dottor Spartaco Sani, primario del reparto di malattie infettive. Avrebbe preferito pronunciarsi a epidemia finita e lo ha spiegato chiaramente, alla sua maniera, nel corso della cerimonia in ricordo delle vittime. Ma il virus è stato tiranno anche in questo. «All'inizio siamo stati i primi a essere travolti, e subito ci siamo resi conto che i nostri sforzi non sarebbero stati sufficienti», racconta il titano dell'infettivologia, rivolgendo poi un encomio al personale sanitario, ai farmacisti dell'ospedale e agli operatori della sanificazione sempre in prima linea: «Sono commosso e profondamente toccato dallo spirito delle persone del reparto, che non hanno mai avuto un solo secondo di defezione».
«Io stesso sono cambiato, dopo 30 anni di lavoro, di fronte a questa emergenza che ha prodotto effetti peggiori rispetto anche a quelli dell'Aids», prosegue il primario, ripercorrendo senza mezze misure il lavoro fatto per salvare le vite dei pazienti: «Li curavamo come si cura un malato grave affetto da un male sconosciuto, sperimentando e utilizzando i farmaci che venivano dai cosiddetti "centri di eccellenza", anche se poi non si sono rivelati tali».
Dall'assedio dell'unità operativa alla creazione dell'"Area Covid", dai terribili giorni del lockdown alla relativa calma del post-emergenza, Sani tuttavia non ha mai smesso di sottolineare un dato fondamentale: «Contrariamente a quanto si dice noi tutti non siamo eroi ma operatori del servizio sanitario pubblico, che in quanto tale è fondamentale e va sostenuto. Mi auguro – ha poi specificato – che le istituzioni continuino a sostenerci».
Un supporto che rischia di venire meno ora che l'urgenza non c'è più, motivo per cui il primario ammonisce: «Penso che il Covid-19 non si ripresenterà in una forma così grave, ma bisogna tenere sempre alta la guardia. Perché se non dovesse essere così, allora sarà stata soltanto colpa delle istituzioni».—
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