Gioco
Covid, a Livorno le parole e le lacrime dei guariti. E una magnolia per le 54 vittime
Commovente cerimonia in ospedale con tutti gli operatori sanitari. «Nessuno è rimasto solo, o è morto solo. Ce li ricorderemo uno a uno»
LIVORNO. «Nessuno è rimasto da solo, nessuno è morto da solo: li ricorderemo tutti». Così ieri Livorno ha celebrato un'altra liberazione. A pochi giorni dal 77° anniversario della cacciata del nazifascismo, la città ha officiato un altro rituale, ugualmente necessario, non di riscatto verso il nemico alle porte ma di ricongiungimento tra noi stessi. Ieri, quando eroi e caduti del Covid-19 hanno potuto finalmente abbracciarsi, Livorno si è liberata dal peso delle emozioni trattenute fin troppo a lungo nel proprio cuore.
«Le lapidi e gli affreschi del nostro ospedale tramandano gli imperativi dei nostri padri, ai quali tutto il personale dell'ospedale ha adempiuto con senso del dovere e inestimabile passione personale», ha ricordato il direttore della struttura sanitaria, Luca Carneglia, dedicando un pensiero particolare «a un paziente 94enne che era guarito e voleva portare la sua testimonianza», deceduto purtroppo pochi giorni fa. Applausi e lacrime si alternavano e si confondevano durante tutta la cerimonia che si è tenuta nella corte di viale Alfieri, di fronte alla chiesa. Un evento fortemente voluto per dare voce a coloro che finora l'avevano tenuta dentro.
«All'Università non insegnano "pandemiologia". E quando indossi quell'imbracatura da astronauta, e ti senti bloccata, è solo l'amore per la tua professione e per la vita che ti guida e ti permette di affrontare ciò che hai davanti», ha raccontato Imma Cerbone, infermiera che per oltre 100 giorni, a causa delle restrizioni sanitarie, non ha potuto tornare da sua figlia: «Quando finalmente ho potuto stringerla è stato l'abbraccio più rigenerante del mondo».
È la distanza, imposta dal virus, la difficoltà più grande. «Con la maschera appannata e la lucidità che viene meno per la tua stessa anidride carbonica, cercavamo di trasmettere un contatto, il calore umano, attraverso il triplo strato di guanti», ha spiegato Genny Pachetti, anche lei infermiera: «Eravamo accompagnati dalla sensazione di morte imminente, con il pensiero che correva ai Tg con i bollettini degli ospedali del Nord. Ma sapevamo di avere il sostegno reciproco e quello delle persone all'esterno del nosocomio, mentre aiutavamo i pazienti a mandare l'ultimo messaggino ai familiari prima di essere intubati».
Sensazioni indescrivibili, inimmaginabili, quelle che attraversavano la mente dell'infermiera Amelia Coppola: «Il nostro compito è anche quello di gestire gli aspetti emotivi, dovevamo creare una presenza familiare per delle persone che non potevano avere l'affetto e la vicinanza dei propri cari. Le abbiamo accompagnate tutte, verso casa o verso la fine». I tablet donati al reparto, i nomi scritti a mo' di scherzo sulle tute per identificare i colleghi bardati fino agli occhi. La "bomba" caduta sull'ospedale ha cambiato tutto. «Sono solo una delle pulizie ma ho cercato di dare il massimo e di portare conforto».
Va a tutto il comparto degli operatori l'applauso di camici, uniformi e parenti rivolto a Rosa Raia; che ieri continuava a sanificare il microfono dopo ogni singolo intervento, instancabile. Infermiera, paziente e poi di nuovo infermiera. Laura Crestani è guarita dal Covid-19 grazie ai suoi colleghi ai quali ha voluto dedicare «un ringraziamento senza misura», sottolineando come proprio «la prima paura era quella di essere noi stessi veicoli di infezione nei nostri reparti così come a casa, dove le nostre famiglie subivano indirettamente il contraccolpo emotivo». Non ci crede neanche lei che i pazienti se ne siano dovuti andare senza i propri parenti.
E come lei Nancy Berretta, operatrice socio-sanitaria anch'essa guarita e tornata al lavoro: «Abbiamo dovuto fare un addestramento in corsa, con turni infiniti in una battaglia psicologica e sociale tra notti insonni passate a piangere, ricominciando da zero anche fra di noi con colleghi provenienti altri reparti». Ha attraversato «la paura di aver contagiato i miei cari, mentre il respiratore mi teneva attaccata alla vita», e poi «la rabbia e lo sconforto verso coloro che fingono che tutto questo non sia mai successo», per essere salvata infine dal gruppo di autoaiuto nato in seno all'ospedale. «Io sono un'appestata», confessa Laura Barghigiani rievocando il dramma del suo ricovero: «Ho pensato questo dopo il mio arrivo in trincea e 10 ore di oblio per arrivare a quel fatidico "sì, sei positiva"; poi qualcuno mi parlava ma io non sentivo più niente, ricordo solo qualcuno che mi chiamava "Occhioni"».
E poi il trasferimento in prima linea, in guerra per tornare a casa: «Voglio dire grazie al signor Covid-19, per avermi risparmiata, per avermi insegnato cos'è la vera paura, per aver dato un senso a tutto, e per avermi fatto scoprire i veri affetti».
È tutt'altro che un ringraziamento invece il cuore aperto di Moira Picchi, che non ha potuto vedere il padre arrendersi al virus: «Hanno descritto voi medici e infermieri come supereroi, ma siete esseri umani con le vostre conoscenze messi di fronte a una condizione di impotenza. Lui se n'è andato il 17 aprile, proprio come sua madre, e l'ultima cosa che ho potuto fare per lui è stato mandargli un messaggino per farlo sorridere. Oggi è bello poter finalmente incontrare le persone che mi hanno tenuta in contatto con lui anche solo per telefono».
A uno strazio paragonabile a quello del Covid-19 non aveva mai assistito neanche la dottoressa Rossella Tofani, veterana del reparto di rianimazione: «Questo virus ha fatto qualcosa di diverso, è stato uno tsunami che mi ha cambiata a un anno dalla pensione, quando pensavo di aver visto ogni abisso: questo virus ha cercato di isolarci, e anche quando tornavamo a casa non ci sentivamo a casa, perché la nostra casa era diventata il reparto. Abbiamo fatto i nostri errori, cercando di trovare qualcosa al quale fare aggrappare i familiari dei pazienti, per i quali abbiamo pianto e continuiamo a piangere». Il sigillo conclusivo alla cerimonia lo ha posto don Placido, scandendo i nomi dei 54 pazienti scomparsi: «Una rosa per ogni nome come simbolo di una bellezza vissuta, le spine come emblema della sofferenza di una vita spezzata». E mentre il parroco clebrava il rito, i fiori venivano deposti in processione laica dal personale dell'ospedale insieme ai parenti dei defunti, e infine al suono delle campane portati ai piedi dell'albero di magnolia piantato a guardia del secondo padiglione accanto a una targa in memoria delle vittime del maledetto virus.
Una magnolia con 54 nomi in memoria delle vittime
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Il dottor Spartaco Sani: «Il Covid è peggio dell’Aids, ma non ci arrendiamo» l’omaggio Un monumento sempreverde ai caduti del Covid-19, piantato nei giorni scorsi e inaugurato ieri di fronte a medici, infermieri e familiari delle vittime. L'albero di magnolia guarda il secondo padiglione ed è visto attraverso le grandi finestre da tutti coloro che passano nel corridio che taglia a metà i due bracci dell'ospedale di Livorno. Ai suoi piedi ieri sono state deposte una targa commemorativa e due ceste di rose rosse, 54 fiori in tutto come i pazienti che il virus ha strappato alle loro famiglie.
I loro nomi sono stati ripetuti tra la commozione dei presenti, per non dimenticare mai: Ada, Antonia, Carolina, Adriano, Aldo, Alessio, Altero, Antonella, Antonio, Antonio, Attilio, Bruno, Claudio, Daniela, Danilo, Davide, Elia, Emo, Enzo, Franca, Franco, Gabriele, Gianpiero, Giovanna, Giovanni, Giovanni, Giuseppe, Guelfo, Guido, Ivana, Licia, Livio, Lorenzo, Marco, Maria, Maria Grazia, Maria Rosa, Mario, Mario, Michele, Nara, Natale, Natalino, Neli, Nicla, Paolo, Paolo, Piero, Roberto, Roberto, Rodolfo, Rosalba, Sergio, Sergio, Silvana e Stefano. «Il Covid-19 è peggio dell'Aids, e non è ancora passato», avverte il dottor Spartaco Sani, primario del reparto di malattie infettive. Avrebbe preferito pronunciarsi a epidemia finita e lo ha spiegato chiaramente, alla sua maniera, nel corso della cerimonia in ricordo delle vittime.
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Ma il virus è stato tiranno anche in questo. «All'inizio siamo stati i primi a essere travolti, e subito ci siamo resi conto che i nostri sforzi non sarebbero stati sufficienti», racconta il titano dell'infettivologia, rivolgendo poi un encomio al personale sanitario, ai farmacisti dell'ospedale e agli operatori della sanificazione sempre in prima linea: «Sono commosso e profondamente toccato dallo spirito delle persone del reparto, che non hanno mai avuto un solo secondo di defezione». «Io stesso sono cambiato, dopo 30 anni di lavoro, di fronte a questa emergenza che ha prodotto effetti peggiori rispetto anche a quelli dell'Aids», prosegue il primario, ripercorrendo senza mezze misure il lavoro fatto per salvare le vite dei pazienti: «Li curavamo come si cura un malato grave affetto da un male sconosciuto, sperimentando e utilizzando i farmaci che venivano dai cosiddetti "centri di eccellenza", anche se poi non si sono rivelati tali». Dall'assedio dell'unità operativa alla creazione dell'"Area Covid", dai terribili giorni del lockdown alla relativa calma del post-emergenza, Sani tuttavia non ha mai smesso di sottolineare un dato fondamentale: «Contrariamente a quanto si dice noi tutti non siamo eroi ma operatori del servizio sanitario pubblico, che in quanto tale è fondamentale e va sostenuto. Mi auguro – ha poi specificato – che le istituzioni continuino a sostenerci». Un supporto che rischia di venire meno ora che l'urgenza non c'è più, motivo per cui il primario ammonisce: «Penso che il Covid-19 non si ripresenterà in una forma così grave, ma bisogna tenere sempre alta la guardia. Perché se non dovesse essere così, allora sarà stata soltanto colpa delle istituzioni».
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