Gioco
Addio al nostro Franco Carnieri cronista in trincea con la tuta blu
Ha raccontato la trasformazione dell’industria e del porto guardandola con gli occhi del sindacato e degli operai
/ livorno
Se n’è andato in silenzio alla soglia degli 81 anni: li avrebbe compiuti fra una settimana e mezzo, lui che era nato nello stesso giorno di Romano Prodi. In silenzio perché Franco Carnieri, ex cronista del Tirreno per lunghi anni, non amava granché i toni strillati quando servivano solo a far gonfiare la vanagloria personale tutta chiacchiere, tesserino professionale e prosopopea. Li amava invece quando era la voce della lotta collettiva, della battaglia operaia: cronista in tuta blu, e non per vezzo da tifoso bensì perché rivendicava una appartenenza di classe.
Del resto, veniva da una famiglia di maestri d’ascia che ha rappresentato più di qualcosa nella storia della cantieristica livornese: non stiamo parlando della potenza di fuoco da capitani d’industria quanto semmai dell’orgoglio del saper fare bene le cose. Suo padre Dario e suo nonno Gino l’odore della pece nel loro cantierino lo conoscevano bene. Dietro la maestria della manualità di quel riparare le barche c’era una fierezza di mestiere metà artigiana e metà operaia: la ritroviamo nella parte migliore del movimento operaio.
Lo rivendicava anche con una certa ruvidezza. Come quando lo sbatterono fuori da una conferenza stampa del ministro democristiano Giovanni Prandini che stava mettendo a ferro e fuoco il porto: «Buongiorno ministro, sono Franco Carnieri». Prandini s’inalbera: «Ah, lei è l’amico dei portuali, si vede proprio che non capisce nulla». Carnieri figuriamoci se china la testa: «Signor ministro, qui se c’è qualcuno che non ha capito nulla mi sembra proprio che sia lei».
Economia e soprattutto sindacato, era di questo che si occupava per il nostro giornale: la trincea incandescente dei problemi del lavoro, insomma. Nel bel mezzo di una stagione complicata contrassegnata da un susseguirsi di trasformazioni: l’uscita di tante fabbriche dal regno delle Partecipazioni Statali (in cui le rivendicazioni erano scandite dalle battaglie per la conquista di carichi di lavoro, soprattutto da parte dello stabilimento Fincantieri e della Cmf), la fine dell’ex Spica, l’arrivo delle multinazionali, il primo round della deindustrializzazione con l’eclisse della vetreria Borma fino alla chiusura della Delphi. Ma anche dalla rivoluzione epocale che cambia volto al porto: il tramonto del monopolio dei portuali, gli scontri (fisici) sulle banchine per i decreti Prandini, lo sbarco degli ammiragli-commissari, la complicata nascita delle Autorità portuali con Livorno a fare da apripista, il nuovo identikit del governo della portualità e le banchine in mano ai privati, la mutazione della Compagnia che si fece anche impresa, i nuovi equilibri di potere in porto.
Guai al cronista che si tira in ballo in prima persona in un articolo, ma qui bisogna raccontare quanto a lungo siamo stati compagni di banco nella cronaca di Livorno del Tirreno: diversi per storie, provenienze, età e chissà cos’altro ma anche uguali in una certa idea del mondo. Si potrebbe far notte con il racconto dei fotogrammi di una vita a contatto di gomito per più ore di quanto ne passavamo in famiglia, qui basti ricordare due flash.
L’uno riguarda il giorno in cui mi spiegò la sua idea di integrità morale: «Le tasche della giacca e dei pantaloni, fattele cucire chiuse ben bene perché non basta non chiedere, devi anche evitare che qualcuno i regali in tasca te li infili direttamente lui». Lo conferma il figlio Emiliano, ricordando che quel che il babbo gli ha detto in un pomeriggio in cui la sua malattia gli ha dato un po’ di tregua: «Spero di averti insegnato l’onestà». Poi aggiunge con un nodo che gli inchioda un po’ la gola: «L’altro insegnamento era: stai dalla parte di chi è più debole».
L’altro riporta al giorno in cui ha lasciato la scrivania accanto alla mia per andarsene in pensione: non mi ha regalato un libro di quelli fighi che lasciano un patrimonio di idee. Mi ha regalato un calibro professionale, uno di quelli da operaio specializzato di una volta. Lo sapevamo benissimo entrambi che sarebbe stato del tutto inutile per misurare la lunghezza di un articolo o l’ingombro di una foto o se un titolo è ok. Serve a raccontare una appartenenza operaia, una fierezza del saper fare: una tuta blu nel cervello perché in quella di stoffa non c’entravo.
La salute gli aveva giocato qualche brutto tiro mancino, ma di recente era migliorato e aveva ripreso a riconoscere chi gli stava a fianco. Aveva un culto per le battute di Totò e aveva ricominciato a scherzare con i figli, raccontano che invece alla moglie abbia riservato un dolcissimo «Come sei bella».
Franco lascia la moglie Nadia, i figli Emiliano e Ascia, i nipoti Vittorio, Olga e Emma: a loro vada l’abbraccio di noi cronisti come lui e di tutti quanti lavorano al Tirreno. La camera ardente è alla cappella mortuaria dell’ospedale, oggi alle 16 i familiari, gli amici e quanti ne hanno apprezzato la dirittura morale e le doti umane lo accompagneranno nell’ultimo viaggio verso il cimitero dei Lupi.
Prima di incamminarsi con lui vale la pena di ricordare lo scherzo che, come raccontano i familiari, gli fecero i colleghi appena approdato nella redazione di viale Alfieri. Erano i giorni dell’attentato a papa Wojtyla e a qualcuno venne in mente di cogliere al volo l’occasione: «Franco corri, hanno sparato al vescovo», gli telefonarono dalla redazione. Era sera tardi, era appena arrivato dopo una giornata di lavoro: in casa gli dissero almeno di cenare. Lui riprese il giubbotto e tagliò corto: «Il giornale è il giornale».
Franco Carnieri era arrivato al Tirreno negli anni ’80, ci rimarrà fino al 2006. Inutile dire che fra gli ultimi articoli che ha firmato c’è “L’autunno da brividi della componentistica auto”, c’è il barlume di speranza per i 70 dell’ex Carbochimica, c’è l’ultimo giorno della Delphi prima della definitiva chiusura dei cancelli. In precedenza era stato assistente tecnico all’Itc e al Nautico. Ma soprattutto era stato da cronista alla “scuola” di Paese Sera, che aveva in città una redazione: era lì che si era fatto le ossa. Come per l’episodio che riportiamo qui a fianco con le parole del nostro ex collega in un articolo del 2003: tanta era la sua refrattarietà a mettersi in mostra che si era solo dimenticato di dire che per Paese Sera la foto l’aveva fatta lui. —
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