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Livorno

La morte di Erika, la fuga e il ritorno La mossa “fatale” dello spacciatore

Tommaso Silvi; ALTRO SERVIZIO A PAG. 9
La morte di Erika, la fuga e il ritorno La mossa “fatale” dello spacciatore

Emir Achour era ricercato da ottobre: una “sua” dose di ecstasy uccise la 19enne di Livorno in un locale di Sovigliana

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Tommaso Silvi / LIVORNO

Uno sguardo frettoloso negli occhi dei militari, in piedi di fronte a lui. Zero resistenza. La consapevolezza che la fuga era arrivata al termine. Dopo nove mesi da ricercato. In giro chissà dove. Questo - se lo riterrà un elemento di rilievo ai fini delle indagini - lo chiarirà la Procura. Più di 250 giorni da fuggitivo. Introvabile. Anche per le forze dell’ordine. Che però non hanno mai smesso di cercarlo. E che poco dopo la mezzanotte di ieri lo hanno arrestato in un appartamento nella zona della stazione. Emir Achour. 28 anni. Nato in Tunisia. Professione spacciatore. Almeno questo è ciò che dice il suo “curriculum”, in cui non mancano precedenti legati al mondo della droga. È lui, secondo il Gip di Firenze, che sta alla base della morte di Erika Lucchesi, diciannovenne livornese volata in cielo durante una serata nella discoteca Mind, a Sovigliana, nel comune di Vinci, a due passi da Empoli, il 20 ottobre scorso, a causa di una dose di ecstasy risultata letale. Nei confronti di Achour è scattata un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per spaccio di sostanze stupefacenti e morte come conseguenza di altro delitto. Ma chi è l’uomo che vendeva le pasticche killer? Uno spacciatore di piazza. Giovane, senza fissa dimora, senza particolari legami affettivi.

Un lupo solitario, abituato a vivere guardandosi attorno, stando attento a non incrociare polizia e carabinieri per strada. Subito dopo la morte di Erika, Emir Achour aveva percepito il fiato sul collo delle forze dell’ordine. Ed era sparito. In termine tecnico, si era reso irreperibile. E mentre Emir scappava, i carabinieri di Livorno cercavano di ricostruire il puzzle della sua vita per capire dove e quando sarebbe apparso di nuovo. Tassello dopo tassello, i militari hanno capito presto che Achour sarebbe tornato a Livorno. Nella città dove aveva messo le radici della sua attività di spacciatore.

Indizi, prove, dati. Emir ha fatto in modo di non farsi trovare, ma non ha calcolato che a Livorno i carabinieri lo stavano aspettando. Attendevano soltanto che mettesse piede in città. E appena lo ha fatto, lo hanno catturato. Nella notte tra ieri e martedì i militari, insieme ai colleghi di Firenze, con l’aiuto di personale in borghese, hanno fatto irruzione nell’appartamento di via Pannocchia in cui Emir Achour era ospite di una famiglia tunisina composta da tre persone. Dopo aver setacciato per mesi le piazze più “calde” della città, dopo aver cercato in ogni angolo della Livorno “oscura”, quella dominata da spaccio e microcriminalità, i carabinieri hanno saputo del ritorno di Emir. E lo hanno trovato lì. In una modesta abitazione vicina allo scalo ferroviario. E hanno messo fine alla sua latitanza. Donando, allo stesso tempo, un briciolo di sollievo alla famiglia di Erika. Giovane angelo strappato troppo presto alla vita. —

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