Gioco
«Dopo la quarantena una frenesia malsana sembra esplosa nei nostri ragazzi»
Don Paolo: per mesi senza scuola né sport né parrocchie E noi adulti smettiamola di lasciarli abbandonati e randagi
L’ANALISI
Interno notte, mezzo primo piano. Silenzio in casa ma fuori no: voci alterate, risate e sghignazzi, motorini smarmittati, litigi. L’inquadratura si allarga, lui chiude la finestra e cerca di tornare a leggere ma inutilmente, e allora apre la pagina Facebook e inizia a scrivere...
“Lui” potrebbe essere un qualsiasi abitante di Antignano, ma quel che raccontiamo qui non è la storia standard di disagio: i residenti stufi di dover fare i conti con l’esuberanza giovanile davanti all’uscio di casa fino alle tre di notte nell’estate del nostro scontento. Anche perché “lui” potrebbe anche essere monsignor Paolo Razzauti, rettore del seminario e ancora per poco parroco di Santa Lucia, per tutti semplicemente don Paolo: e quel post potrebbe aver preso a rimbalzare sui social per dar voce a qualcosa di più della protesta contro chi non ti fa dormire o magari ti riga lo sportello alla Toyota appena comprata a rate. Sal sagrato di Banditella vede una “effervescenza impazzita” che è «l’indizio di un malessere nuovo, da dopo-quarantena».
«Per tutti noi – dice – questo è un periodo doppiamente strano: siamo usciti da una fase di “clausura in casa” che mai nessuno aveva sperimentato prima e ora rieccoci alle prese con il ritorno alla normalità, ma ruzzolando subito dentro l’estate e la stagione dell’ombrellone che a Livorno sentiamo in modo così particolare». Strano per tutti, ma forse per i ragazzi e le ragazze lo è ancor di più: basti pensare a quant’è difficile star chiusi dentro quattro mura quando la tua vitalità vorrebbe farti correre sulle strade del mondo.
senza bussola né legge
«Ma soprattutto – rincara il prete di Banditella – è stato un periodo senza bussole né punti di riferimento: non soltanto non c’è stata la scuola, tutt’al più didattica a distanza, non c’erano le parrocchie e non c’è stato nemmeno lo sport, gli allenamenti con la propria squadra, oppure l’attività in palestra e la disciplina che porta con sé. Mi domando se ci sia stata “più” famiglia e se siano cresciute le occasioni di relazione in casa o sia stato solo un sopportarsi. Insomma, è saltato lo schema che ti dà le coordinate per insegnarti a stare nel mondo: a capire che la tua libertà è libertà davvero se s’intreccia là dove arriva quella altrui e la rispetta».
Sono più i dubbi che le certezze, magari con il sospetto che l’uscita dal lockdown si sia trasformata in una «esplosione di frenesia»: un “liberi tutti” in cui «saltano tutte le regole, e non mi riferisco alle norme anti-contagio come il distanziamento o l’uso della mascherina quanto, ancor di più, all’idea che non ci sia un confine fatto di rispetto per gli altri».
piccoli smottamenti quotidiani
Dietro non c’è una sciagura, una catastrofe che richiami l’attenzione collettiva, magari la riflessione: semmai un bradisismo, piccoli smottamenti quotidiani. Lo ammette lo stesso don Paolo tornando a quel che gli ha messo in moto questo grumo di pensieri, poi materializzato a botta calda in un post sui social. «L’ho visto qui a Antignano, non so se la “movida” si sia spostata o allargata, fatto sta che oltre al moletto coinvolge anche la piazzetta Bartolommei, via Caduti dei Lager Nazisti e fino a qualche giorno fa anche il parcheggio vicino alla chiesa: i residenti mi raccontano la loro esasperazione. E mi chiedo: ma le famiglie sanno dove vanno i loro figli? Di più: gliene importa qualcosa, sentono la responsabilità di educarli o pensando di lasciarli randagi? Lo dico perché non credo che ci si possa semplicemente limitare a lamentarsi, maledire i tempi ingrati e consegnare il problema nelle mani dell’assessore, dell’intervento della pattuglia dei vigili urbani o della chiamata ai carabinieri o al 113. Ho sentito un genitore dire: non metto orari a mia figlia così evito di stare in ansia. Ma il problema è trovare un trucco per esanestetizzare la propria apprensione o fare in modo che i propri ragazzi crescano sani?».
OCCHIO ALL’ALCOL
Dentro questo paesaggio umano c’è un aspetto che preoccupa ancor di più don Paolo, e non solo lui: l’alcol. E’ un po’ l’emblema di tutto: si beve per euforia e per dimenticare, è relativamente alla portata di tutte le tasche e soprattutto non è percepito come un andare al di là di una linea d’ombra. «Insomma, ci si sente di non far niente di male, ci si dice che lo fanno tutti: tutt’al più una ragazzata e finita lì. Niente drammi, càpita di sbagliare ma raddrizziamoci perché minimizzare non serve a nessuno: l’ho visto quand’ero giovane seminarista e di fronte al primo diffondersi dello sballo da eroina ci si disse che era un problema marginale e comunque transitorio».
«LE COLPE DI noi adulti»
Sia chiaro, per Razzauti la chiamata alla responsabilità degli adulti «non è però il solito buttar la croce addosso alle famiglie: capisco bene quanto sia complicato il mestiere di genitore». Come se ne esce? Senza colpevolizzare ma costruendo qualcosa che «rimetta in piedi il senso di comunità e il modo di trasmettere ai più giovani come ci si sta dentro». E qui la preoccupazione di don Paolo si allarga al rischio di veder desertificato tutto quel che c’è nei quartieri: «Se togli qualche circolo, alcune organizzazioni sportive e un po’ di parrocchie, cosa puoi trovare al di fuori dell’uscio di casa? Cosa c’è al di là dell’individuo singolo e della sua ristretta cerchia di individui che conosce?».
Ecco un altro motivo per cui don Paolo giudica importante che a settembre la scuola riprenda: «Non è la “babysitter” dove “parcheggiare” i figli, è lo spazio sociale dove bene o male impari che si entra a una certa ora, si sta nel banco, ci si relaziona con i prof e con i compagni in un certo modo. E’ una palestra di vita così come, sotto altri profili, lo è una squadra di calcio o di basket: hai un obiettivo, che sia la promozione alla classe successiva o la vittoria nella partita settimanale. Altrimenti si rischia di pensare che la vita sia un galleggiare nel nulla, bighellonando. E allora dovremmo noi adulti cominciare a chiederci dove abbiamo sbagliato». —
Mauro Zucchelli
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