Gioco
Porto, i camionisti alzano la voce: «Oltre 3mila addetti, vogliamo contare»
Le imprese dell’autotrasporto fanno fronte comune di fronte ai contraccolpi della crisi per l’emergenza Covid-19
LIVORNO. L’autotrasporto alza la voce: lo fa per dire alla comunità del porto di Livorno che le fortune dello scalo non sono legate soltanto all’interfaccia mare-banchina, insomma alla striscia di territorio (e al segmento produttivo) fra terminal e nave. «Non si può più pensare che il porto sia tutto lì – dice Massimo Angioli, esponente della commissione consultiva dell’Authority e dirigente dell’autotrasporto Fita in casa Cna – perché quel mondo è circoscritto a 500-600 addetti o poco più, è tutt’attorno che c’è il grosso dell’impatto economico, sociale, occupazionale. Ma quest’indotto è come se fosse invisibile o quasi: al momento delle scelte o quando c’è da aprire l’ “ombrello” per difendersi da una crisi di una gravità senza precedenti».
Parlano i numeri: «Gli addetti nell’indotto della logistica sono cinque volte di più rispetto ai lavoratori diretti operanti all’interno del porto», dice Angioli («e sono strasicuro che questa è una stima prudente»). Tradotto: ci sono «circa 3mila lavoratori dell’indotto impegnati nella movimentazione delle merci a tutti i livelli del processo di spedizione».
Non è una discussione accademica o una puntigliosità statistica: «La crisi all’esterno del porto si amplifica ancora di più, senza che al momento nessuno abbia avuto coraggio di affermarlo e sia intervenuto in modo specifico su un settore che, al contrario, viene addirittura spesso escluso dall’accesso a finanziamenti e contributi».
Di numeri ce ne sono anche altri: sono 519mila i camion che nei dodici mesi dello scorso anno hanno fatto l’andirivieni dentro/fuori dal porto soltanto sul fronte delle “autostrade del mare”. A ciò si aggiunga che oltre un milione e mezzo di tonnellate di cellulosa sbarcate sulle nostre banchine non se ne vanno verso le cartiere lucchesi se qualcuno non le trasporta. Idem in fatto di container: meno di uno su cinque fra i 342mila container (non teu ma “pezzi”) entrati o usciti dai terminal nel 2019 – dunque al netto dei trasbordi da nave a nave dopo la sosta a banchina – hanno preso la via del treno, il resto è stato gestito dall’autotrasporto…
Ecco cos’è accaduto: al di fuori degli steccati fra sigle e appartenenze, Angioli ha tirato le fila di un incontro che ha visto la presenza di una serie di big del settore come Autamarocchi, Gruppo Spinelli, Cointainer Fidenza Consorzio, Compagnia Trasporti Integrati, Lega coop e Santucci Gruppo S. E dietro questi grandi marchi (che hanno in mano «grossomodo l’85% del mercato») c’è anche, a cascata, una platea di “padroncini”, operatori di dimensioni micro che subiscono ancor più duramente la batosta della crisi.
Obiettivo di questa mobilitazione: di fronte ai contraccolpi dell’emergenza coronavirus, lanciare un grido d’allarme dal fronte dell’autotrasporto per bussare ai vertici di Palazzo Rosciano (il presidente Stefano Corsini e il segretario generale Massimo Provinciali) e di Palazzo Civico (il sindaco Luca Salvetti e l’assessora al porto Barbara Bonciani). Come? Anche attraverso la commissione consultiva, da un lato, e il “tavolo per la crisi portuale” promosso dal Comune di Livorno, dall’altro.
Nel documento che farà il giro dei Palazzi delle istituzioni si mette l’accento su un fatto: «Ritrovando unitarietà, pur nell’appartenenza ad associazioni di rappresentanza diverse», questo fronte di imprese si fanno avanti per chiedere di «non essere più emarginate nelle scelte presenti e future riguardanti la portualità». Angioli rincara la dose: «La merce all’interno del porto la portiamo noi, l’ho detto al sindaco e l’ho ripetuto al governatore Enrico Rossi».
Stiamo parlando dello stato di cose presente: nel nostro settore – dice Angioli – ogni addetto al lavoro ce ne sono due in cassa integrazione, nei magazzini la merce ordinata è arrivata ma ora sono pieni e non va a destinazione, e questo lascia immaginare che dal punto di vista del contraccolpo economico la fase peggiore dell’emergenza Covid-19 forse non l’abbiamo ancora vista, mi domando come sarà l’autunno». Senza dimenticare che c’è tutto il versante del trasporto non di merci bensì di persone che se la cava perfino peggio, visto che la loro attività «legata essenzialmente al crocierismo, con previsioni di ripresa del lavoro solo ad aprile 2021» (con «un crollo dei fatturati del 90% circa).
Ma c’è anche una ulteriore (doppia) sottolineatura da fare, secondo l’esponente degli artigiani Cna. Da un lato: «Genova è in affanno, a chi tocca se non all’Authority andare dalle grandi compagnie per offrirsi come alternativa?». Dall’altro: «È urgente dare una accelerata alla realizzazione di lavori non più rinviabili, tutti sappiamo quali sono: nel documento mettiamo nero su bianco la realizzazione del microtunnel e della Darsena Europa» perché «lo spostamento altrove dei traffici è il pericolo più grande del nostro porto».
Nell’elenco di richieste da sottoporre a Authority e Comune c’è la richiesta di «interventi sulla viabilità di accesso ai varchi» così come «lo snellimenti nelle procedure doganali e nelle pratiche dovute al Covid 19», oltre a «maggiore tutela per le aziende dell’indotto e soluzioni che traguardino la durata della cassa integrazione». —
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