Il Tirreno

Livorno

A San Jacopo Livorno fa la pace col granduca e ora sistema la statua dimenticata da tutti

Mauro Zucchelli

Di Pietro Leopoldo è rimasto un monumento accanto alla chiesa «Invece è la principale traccia del Settecento nella nostra città» 

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La nostra storia

Quella statua alle spalle della Baracchina Bianca, fra la chiesa di San Jacopo e l’Accademia navale, è sotto gli occhi di tutti e al tempo stesso quasi invisibile. Tornata alla ribalta solo per esser finita verniciata dai colori del tifo in occasione di una promozione del Livorno in serie A (forse secoli fa…). Eppure è, in tandem con San Giovanni Nepomuceno, sul ponte vicino al Comune, «il più importante monumento del Settecento che abbia la nostra città».

Lo presenta così Jacopo Suggi, curriculum nel segno della storia dell’arte. Accanto a lui c’è Enrico Del Chicca, che dell’impegno per valorizzare San Jacopo è da anni il capofila insieme alla moglie Daniela Guarda. E poi: Lucia Niccolini, Monica Socci, Alberto Mazzoni, Bruno Taliani, Stella Peruzzi Frati. Con Paolo Faccioli, Benedetta Del Lucchese, Edoardo Rubichi, Leonardo Puccini e Matteo Di Marco sono i protagonisti della battaglia del comitato che nel giro di qualche anno è riuscito nel “miracolo” di recuperare la cripta sotto la chiesa di San Jacopo, all’interno della quale sono presenti tracce ben visibili di cos’erano state gli edifici religiosi precedenti, a un livello più basso e con l’entrata rivolta verso il mare.

Gli asburgo e il revisionismo

L’attenzione al monumento al granduca Pietro Leopoldo nel segno del revisionismo che riscrive la storia dopo aver tanto stramaledetto gli austriaci invasori e aggressori? In realtà, la prof. Niccolini mette l’accento su tutt’altro aspetto di quel che Pietro Leopoldo è stato: «Basti pensare al fatto che nella pubblicazione dell’Encyclopedie di Diderot e d’Alembert c’è il “timbro” di questo sovrano, che nelle carte rintracciabili nel grande patrimonio della nostra Biblioteca Labronica mostra l’attenzione per far risollevare, puntando sul commercio, le sorti economiche di Livorno in crisi».

Il comitato, l’avevano chiamato “Il Gioiello Dimenticato” per mettere l’accento sul fatto che quel capolavoro nascosto nei sotterranei della chiesa era caduto nell’oblìo. Adesso che quel tesoro si è liberato dei calcinacci e dell’ingarbugliatissima ragnatela di tubi Innocenti, ecco che l’équipe dei volontari esce all’esterno per andare a salvare qualche altro pezzetto di quartiere. A cominciare, appunto, dalla statua di Pietro Leopoldo: in precedenza era nel lazzeretto di San Leopoldo all’interno dell’Accademia navale, poi nel ’15 - viene spiegato – la nuova collocazione esterna, affacciata sulla piazza. Da dove, nel frattempo, agli inizi del Novecento era sparito il piccolo cimitero presente davanti alla chiesa lato mare: ora gli ossari e le lapidi sono visibili nelle sale della cripta.

I due granduchi

Suggi punta l’attenzione sull’identikit della statua leopoldina: nasce nel solco della statua di Ferdinando de’ Medici in cima al piedistallo dei Quattro Mori. Da granduca (mediceo) a granduca (asburgico), sempre indossando l’uniforme di comandante dell’Ordine di Santo Stefano, qualcosa da considerare come l’equivalente della Marina militare. Quel tipo di divisa non trova uguali nelle altre raffigurazioni similari presenti nelle altre città toscane. Anche se fino a pochi anni fa la statua era esposta a qualsiasi vandalismo, difesa tutt’al più da una gracile rete. Solo in seguito è stata recintata con una robusta cancellata (che però ovviamente non la difende dall’assedio delle erbacce).

«Abbiamo raccolto i fondi per contribuire a sistemare la statua», dice Del Chicca: «La delibera del Comune dovrebbe essere in dirittura d’arrivo anche grazie all’impegno di dirigenti come Giovanni Cerini. Contiamo di riuscire ad aver presente per l’inaugurazione l’ultimo discendente degli Asburgo-Lorena».

Niccolini mette in fila una sfilza di documenti d’archivio, poi disegna «quel che era il “lockdown” di allora: le norme del dicembre 1779 per indicare cosa si doveva fare e cosa no nel terzo lazzaretto dedicato a san Leopoldo». Come, per dirne una, la “sciorinatura”, cioè l’esposizione delle merci all’aria per 50 giorni. Del resto, non è forse in questo lazzaretto del nostro lungomare che, insieme al marito, ha fatto tappa Elizabeth Ann Seton, la prima santa americana così legata a Livorno? Proprio alla santa metà yankee e metà labronica è stato dedicata la new entry nel museo della cripta: una santa realizzata dalla ceramista Dionisia Mangiapane.

La torretta dimenticata

E’ così che dalla statua di Pietro Leopoldo si sterza l’attenzione su un ulteriore tassello del puzzle: è l’antica torretta oggi visibile dagli scogli dell’Accademia lungo il muro sud dell’istituzione militare. «Faceva parte del lazzaretto insieme a un sistema di cinque torrette con il Mastio di San Rocco, dice Suggi sottolineando che quel troncone che si vede è l’unico rimasto».

Tutto è nato dalla passione di Alberto Mazzoni e dai suoi amarcord: «Ero piccolo piccolo , eravamo nell’immediato dopoguerra: me lo ricordo come se fosse oggi quel fotografo che mi fece la foto accanto alla torretta.Avevo un sogno: far sì che quella testimonianza della mia infanzia non finisse sbriciolata dall’incuria. Lo dico nel corso degli anni quel fabbricato è venuto poco a poco giù: era alto quanto il muro di cinta, adesso è la metà».

D’altronde, la torretta non è solo uno degli ultimi pezzi ancora rimasti (quasi) in piedi di quel che era il lazzeretto. Nel corso del Novecento è finita nei dipinti di artisti livornesi come Gino Romiti e Renato Natali, come Renuccio Renucci e Mario Puccini: segno che era nell’immaginario della comunità cittadina come uno degli elementi identitari del paesaggio urbano.

Anche su questo fabbricato si sta pensando di intervenire. La formula è sempre la stessa: vietato starsene con le mani in mano a lamentarsi, meglio prendere in mano la situazione cercando sì di sensibilizzare ma soprattutto di fare. È stato fatto con la statua di Pietro Leopoldo, riuscendo a costruire un fronte di sponsor-mecenati che abbraccia centinaia di cittadini e aziende. In prima linea fra loro Unicoop Tirreno, Banca Intesa San Paolo, Socrem, Rotary Livorno, Associazione Livorno Com’era, Circolo Arci Pesca Nazario Sauro, Baracchina Bianca, Garden Club, società Aromolio by Intramark, oltre a interventi di privati come Stella Peruzzi Frati e Giorgio Bonaventura. A ciò si aggiunga la donazione di Marc Sardelli: venti litografie numerate con l’effige del granduca per i principali donatori.

A caccia di fondi

Il crowdfunding è stato l’asso nella manica del comitato, a partire da donazioni minime (coordinate Bcc Castagneto c/c intestato Del Chicca Enrico Faccioli Paolo, Iban It 19 V 08461 13903 0000 10964138, casuale contributo beni culturali).

Del Chicca segnala che è stato preso contatto con il vicecomandante dell’Accademia navale, è in corso di elaborazione un progetto da parte di Gabriele Martelli per portarlo alla Soprintendenza.

«A visitare la cripta e San Jacopo sono arrivate comitive da Firenze come da Pisa o Follonica e anche da fuori regione», dice Del Chicca a nome degli esponenti del “Gioiello dimenticato”: «Quando scoprono cos’è davvero Livorno se ne vanno entusiasti, abbiamo la potenzialità di attirare i turisti: dobbiamo “solo” avere il coraggio di rimboccarci le maniche».

Mauro Zucchelli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web