Gioco
Dopo 40 anni Fabrizio Bigazzi lascia il camice «L’Asl pensi a riaprire l’ospedale di comunità»
Oggi compie 70 anni: «Ho imparato in pronto soccorso, ma che bello seguire le famiglie fino a diventarne parte»
IL PERSONAGGIO
Storico medico di famiglia ma anche responsabile dell’ospedale di comunità al 10° padiglione. Col pensionamento del dottor Fabrizio Bigazzi - avvenuto il 1° luglio - la sanità livornese ha perso un riferimento importante: proprio oggi Bigazzi compie 70 anni, limite massimo previsto dalla legge per i medici di base e così è stato costretto ad appendere il camice al chiodo.
«Voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno scritto o chiamato negli ultimi giorni, i pazienti mi stanno dimostrando affetto e riconoscenza», racconta Bigazzi, fratello di Roberto, primario della Nefrologia del nostro ospedale.
«I ricordi più belli - aggiunge - riguardano i legami che si sono creati con diverse famiglie. In alcuni casi ho visto 3 o 4 generazioni, dal nonno al nipote, e questi passaggi ti fanno diventare quasi un componente di quelle famiglie. Ecco, al di là del lavoro, sono soddisfatto di aver portato avanti rapporti così stretti».
Com’è cambiata la professione del medico di base?
«Oggi c’è più burocrazia. Io sono nato con il pallottoliere e lascio col computer. Ma su una cosa non ho dubbi: se dovessi rinascere, rifarei sicuramente il medico di famiglia».
Dove è iniziato il suo percorso professionale?
«Al vecchio pronto soccorso di Rosignano, poi a quello di Livorno. All’epoca - si parla della fine degli anni ’70 - lavoravo sia all’ospedale sia come medico di famiglia con un numero limitato di pazienti. Fu un periodo fondamentale per la mia crescita professionale, un periodo importantissimo sotto ogni punto di vista».
Poi scelse la strada del medico di famiglia.
«Sono stato un massimalista fino agli ultimi mesi: 1.500 pazienti, tanto lavoro e tantissime famiglie. I rapporti sono ottimi anche con le nuove generazioni».
Lei era anche il coordinatore dell’ospedale di comunità: quanto è importante una struttura del genere?
«Moltissimo. Si tratta di un passaggio intermedio tra il reparto ospedaliero e il ritorno a casa, una struttura riservata principalmente alle persone anziane».
Il Covid però ha cambiato le cose...
«L’ospedale di comunità è stato sospeso a marzo per fare spazio al pronto soccorso Covid, che a sua volta è stato chiuso ma manterrà quella collocazione in un eventuale ritorno del virus. La decisione dell’azienda sanitaria è stata giusta, sia chiaro, però l’ospedale di comunità deve ripartire».
Come?
«Serve una nuova collocazione. La mancanza dell’ospedale di comunità, dove i medici di base potevano seguire gli anziani e aiutarli nel ritorno a casa, si sta facendo sentire. Stiamo parlando di un filtro fondamentale per certe situazioni. Credo e spero che venga considerato tra le priorità del nuovo ospedale».
Come vive il pensionamento?
«Pensione significa avere più tempo per la famiglia. Ho due nipoti, uno di 7 e l’altro di 12 anni, l’età giusta per goderseli. E poi mi dedicherò alla pesca, la mia grande passione».
Gianni Tacchi
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