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«Anche il fegato può subire danni dal coronavirus»
LIVORNO
«Anche a livello dell’apparato digerente il Coronavirus può creare problemi, non meno gravi di altri organi come i polmoni». È un’analisi chiara quella che, a distanza di 4 mesi e mezzo dell’inizio della pandemia, compie Riccardo Luschi, responsabile dell’Unità Operativa di Gastroenterologia degli Spedali Riuniti di Livorno. «Non ci sono, fra i pazienti differenze fra uomini e donne, giovani ed anziani».
Quali sono i danni gastrointestinali del Covid, a distanza di tempo?
«A livello dell'apparato digerente gli organi che possono essere colpiti sono lo stomaco, l'intestino tenue, il colon e il fegato. Ci sono alcune segnalazioni di casi da parte dei medici cinesi che hanno osservato anche l'interessamento del pancreas con insorgenza di pancreatite acuta edematosa, fortunatamente quindi non la forma più grave che è quella necrotico emorragica».
In particolare, quali sono i principali disturbi?
«I sintomi gastrointestinali che manifestano i pazienti, in media uno su tre, vanno da una sindrome dispeptica acuta con nausea, vomito, senso di pienezza a sintomi quali gonfiore addominale, iporessia e diarrea. Non raramente questi sono gli unici sintomi che manifestano i pazienti con infezione da coronavirus o in certi casi precedono la sintomatologia respiratoria».
Il virus si rileva anche nelle feci?
«Sì, in percentuali molto elevate. Il rischio di trasmissione dell'infezione attraverso la via oro fecale è rilevante, pertanto molto importanti sono le misure di prevenzione e isolamento dei contagiati che dovrebbero usare un bagno dedicato con disinfezione con ipoclorito di sodio dei sanitari. La presenza del coronavirus nelle feci è riscontrabile fino a 20 giorni di distanza dalla scomparsa della sintomatologia».
Chi sono i soggetti più colpiti da questo punto di vista?
«Tutti i soggetti possono essere colpiti, anche se negli anziani con comorbilità e nei soggetti immunodepressi i sintomi sono più rilevanti. La flora batterica intestinale gioca un ruolo importante nella sintomatologia; l'alterazione dell'equilibrio tra i vari ceppi batterici determina la perdita dell'effetto protettivo sulla sintomatologia gastroenterica. Un ruolo importante in corso di infezione potrebbe essere l'uso di probiotici con Lattobacilli e Bifidobatteri».
E l’epatite da Covid?
«In percentuali che arrivano fino al 50% dei pazienti si possono osservare rialzo degli indici di necrosi epatica (le transaminasi) e riduzione dei livelli dell’albumina, proteina prodotta dal fegato. In una percentuale minore di casi, si può manifestare ittero con colorazione giallastre prima delle mucose e poi della cute determinata dal rialzo della bilirubina. Il virus può attaccare direttamente il fegato a livello dei canalicoli biliari che esprimono la proteina Ace2 e il danno epatico viene amplificato dalla risposta immunitaria dell'organismo attraverso le citochine. Non ultimo si può avere un danno iatrogeno per l'uso di farmaci epatotossici usati per curare l'infezione. Non abbiamo dati scientifici sulla possibile cronicizzazione della malattia epatica, perché è troppo recente la comparsa del virus 19».
Che farmaci vengono usati nelle manifestazioni gastrointesinali?
«Impieghiamo farmaci quali i procinetici (domperidone e levosulpiride) che agiscono sulla nausea e sul vomito. Molto utili anche i Ppi (inibitori di pompa protonica) quali pantoprazolo, esomeprazolo. Per la diarrea e il gonfiore addominale si prescrivono i probiotici per riequilibrare la flora batterica e la diosmectite una polvere a base di argilla per solidificare le feci».
GIAN UGO BERTI
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