Il Tirreno

Livorno

Il cambiamento di approccio in sala operatoria 

«Quel colon destro operato dopo il tumore alle ovaie: 6 mesi fa avremmo aperto»

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LIVORNO

«Ero ancora specializzando quando conobbi per la prima volta il dottor Carobbi, nel reparto del professor Mosca. Poi lo ritrovai ad un congresso dal dottor Goletti a Pontedera: raccontava di approcciare tutte le urgenze in laparoscopia. Dentro di me pensai che stava esagerando. In realtà da quando è venuto a Livorno ci ha trasmesso proprio questo messaggio: “Voi provateci, metteteci un trocar (le cannule che permettono l'inserimento delle fibre ottiche e degli strumenti chirurgici all'interno della cavità peritoneale, ndr). Se poi non è possibile si passerà all’intervento tradizionale”».

Gianluca Scotto, 50 anni, chirurgo dal 2009 in forza alla Chirurgia Generale, racconta la sua esperienza: «Quello che ci ha trasmesso il nuovo primario è un approccio completamente nuovo e moderno. Io per esempio ho fatto un colon destro totalmente laparoscopico in una signora che aveva avuto un tumore dell'ovaio, quindi un intervento complesso: c'erano molti linfonodi, con diverse aderenze. Prima non mi sarei nemmeno posto mentalmente la possibilità di intervenire in laparoscopia, avremmo aperto l’addome e avremmo operato in maniera tradizionale. E invece...».

Scotto racconta un altro episodio: «Il dottor Carobbi era appena arrivato. Era pomeriggio e vedo in corsia, nel corridoio, un anziano. Rimango un attimo perplesso, poi capisco perché: era un paziente che Carobbi aveva operato tre ore prima al colon destro, senza drenaggio e senza sondino. Per noi era tutto impensabile».

Il risultato di questa rivoluzione è che i pazienti escono escono molto più velocemente dopo essere stati operati. «A volte abbiamo la sensazione che il reparto sia più vuoto, in realtà c'è un ricambio molto più rapido - racconta Scotto -. Un altro problema che avevamo prima, facendo tutta chirurgia open, era l'infezione delle ferite e i dolori post operatori: certo dopo una settimana magari avveniva la canalizzazione, ma i pazienti restavano ricoverati per 15-20 giorni. Ora vanno via dopo una settimana e noi non siamo sempre affannati a chiedere alla Medicina di prenderci un malato».

Sulla stessa linea anche il dottor Matteo Blois, responsabile dell’Endoscopia interventistica: «La mia braca è la sorella della laparoscopia: il grande beneficio di questo auspicato aumento dei trattamenti mini-invasivi è la riduzione delle degenze, il miglioramento dei risulati operatori senza creare traumatismi ai pazienti». —

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